viadellaviola, un blog senza sottoveste

28 aprile 2012

Io sono di paese, vado a vivere a Milano #6

cara milano, devo dire che fin’ora mi stai piacendo, ieri te ne sei uscita pure col sole, e ti stai convincendo che devi iniziare a fare caldo, brava. il lavoro bene, amici ottimo, incontri belli, gente nuova, insomma, in teoria non ti si dovrebbe contestare niente. in teoria. certo, sei troppo carastosa, ma vabbè…
no dai milano non farmi tradurre, sei piena di meridionali dovresti essere in grado di tradurre una parola così facile…carastosa! tutti questi anni di accoglienza (essì usiamo la parola accoglienza, dai milano, non fare la modesta) tutti questi anni di accoglienza ti hanno fatto meritare la laurea in traduttrice e interprete dei dialetti del sud! o no?

insomma, sei carastosa, ma assai, e certe volte mi fai pure tenerezza quando provi a fare la risparmiona amica del popolo al supermercato: metti pure i cartellini “scontoh!” “offerta specialeh!” seeee… mi fai ridere assai, che non ti basta il fogliettino per mettere tutti gli zeri… vabè, ma anche questo ti posso perdonare.

e ti posso perdonare pure che per farmi trovare casa mi pare che mi stai facendo partorire, che i coinquilini che mi hai presentato arrivano da marte, che con loro non starei nemmeno in una piazza larghissima con tutte le vie di fuga aperte, ti perdono tutto milano. ma tutto.

tranne che.

no milano non ti mettere paura. il fatto è semplice. siediti e ascolta.

allora, ora ti racconto una storia cara milano. stammi bene a sentire. antefatto: io ho la testa dura. e ne vado assai fiera. e non te lo scordare.  io facevo un lavoro prima, sì milano, sempre lo stesso sì, è fcile. facevo un lavoro bello in un posto in cui non mi trovavo poi così bene e siccome che non vedevo via d’uscita e ho detto, vabbè basta così.  il prossimo lavoro lo voglio trovare in un posto grande e stimolante. era gennaio. sono stata senza lavoro febbraio e marzo, e ad aprile, sì milano, solo due mesi senza lavoro, eh! che te ne pare?! dopo solo 2 mesi eccomi qua da te. ho un lavoro,sì milano, sempre lo stesso…un lavoro in un posto grande e stimolante. brava eh? vabè sì me lo dico da sola. ma insomma, mi sono licenziata, ho avuto coraggio e ho fatto dei progetti che si sono realizzati. certo non sto risolvendo il conflitto in palestina, certo non sto studiando la cura contro il cancro, ma insomma, è la mia vita e la sto portando avanti. coraggio, idee e progetti che si realizzano. mi pareva buono no?
no. no milano, per te non è sufficiente questo.  stai sempre a chiedermi: che progetti hai? che intenzioni hai? da qui a un anno come ti vedi a milano? hai fatto un piano quinquennale? (eh???? siete pazzi), sì vabbè ora stai lavorando ma le tue prospettive?
cioè milano forse non ci siamo capiti: io i miei progetti me li sto godendo adesso. li ho fatti qualche mese fa, ora si sono realizzati e me li sto godendo. sai milano, è così che si fa. mi sta bene pormi delle mete, ma poi, quando ci arrivo, cara milano, io mi fermo a guardare il paesaggio. mi siedo,  mi bevo un po’ d’acqua, mi tolgo le scarpe e mi crogiolo nella soddisfazione. poi quando mi sò scocciata mi alzo e ricomincio a correre.

dici che è un modo di pensare troppo mediterraneo? dici che dovrei darmi una svegliata? dici che non sono adatta? non lo so milano.  e sai che ti dico? al momento non mi interessa. sto bene così. lasciami un po’ in pace per favore. mi sto divertendo.

14 aprile 2012

Io sono di paese, vado a vivere a Milano #4

Filed under: ammilano,arravoglio,cheffaccio?,cittadina giocattolo,incontri,libri,uomi — viadellaviola @ 14:39

cara milano, hai fatto la bellina per una settimana, me l’hai fatta credere, mi hai fatto la festa, il benvenuto, e come stai, e sei contenta, e vuoi mangiare qualcosa, hai freddo hai caldo, vuoi un passaggio… hai fatto tutto quello che potevi fare per accogliermi, ma poi ti sei rivelata finalmente. non era possibile che continuava la pacchia eh?!  mi hai messa subito alla prova, e ho perso. cara milano come sei difficile. mi fai un sacco di domande a cui non so rispondere, hai letto questo? no.  ma come no???? (cliente tu hai settantamila anni, io solo 30 circa, hai un notevole vantaggio su di me, non riuscirai a farmi sentire in colpa), hai letto quest’altro? no (cliente ti piace vincere facile…tu quella materia lì mi dicono che la insegni all’università!) , cosa sai di filosofia della musica? (aiuto). avrei bisogno di un romanzo sul movimento rasta nell’italia meridionale (vojo la mamma)…e così via.  nella cittadina giocattolo sapevo tutto, qua nons o niente. milano smettila. io sono brava, cioè me lo credevo, e invece qua non so più niente. e poi cara milano, smettila di produrre editori. cioè quanti piccoli e medi editori hai cara milano? smettila subito! io non li posso sapere tutti, sono qua da nemmeno una settimana! riposati un attimo milano, metti il freno così recupero.
sono già stanca, mi sento che non ci sto capendo niente, la gente mi fa domande difficili a cui non so rispondere, oddio trovo sempre il modo di uscirmene elegantemente ma mi viene sempre il, duepunti: batticuore, la sudorazione, l’apnea, l’irrigidimento totale, lo sguardo perso nel vuoto, le pupille che si arrotolano all’indietro…insomma tutto il catalogo dell’ansia da prestazione…
va bene che me ne sono andata dalla cittadina giocattolo perchè volevo vivere in un ambiente più stimolante,  incontrare lettori diversi,  affacciarmi alla finestre e vedere un poco di mondo… Sì MA NON COSì TANTO!

eppoi cara milano, fammi un favore, cioè io sono venuta qua per lavorare, imparare, crescere eccetera eccetera, al lavoro devo stare concentrata, e quindi, cara milano, smetti di uscire strfighi per la strada, smettila di portarmeli in libreria ora che (ancora) nonci capisco niente, io mi distraggo!
(poi però quando saròdiventata brava e disinvolta, mi raccomando eh… ci siamo capiti!)

15 marzo 2012

Il treno dell’unità d’italia

domani parto, prendo un treno, il treno dell’unità d’italia, così ha detto mamma.  un treno lungo lungo. c’è pure la canzone, se volete ve la canto:
ecco il treeeeno, lungo lungo, che percorre la città! lo vedeeeete lo sentite, ecco il treno eccòlo qua! è arrivaaaato allà stazione, si pulisce e se ne va!

eccarina vè?

vabbè, ho fatto il biglietto, 100 euro di biglietto di treno. ho pochi soldi e poco tempo. ma se ho imparato una cosa in questi due anni di vuoto di vita della cittadina giocattolo è che, duepunti, la cosa più preziosa che abbiamo, è il nostro tempo. io non voglio stare 9 ore in treno, ce ne voglio mettere circa la metà, arrivare decentemente senza la fatica e e il senso di sporco da treno.  se mi fossi organizzata meglio e prima, pigliavo l’aereo. devo diventare più brava, ora sono solo  professionista dell’ultimo momento. devo passare al livello successivo.
il treno dell’unità d’italia, ha detto mamma. un treno che fa tutto un giro lungo, all’andata vado spedita, al ritorno invece mi devo fermare in tutte le città.  il treno degli emigranti, il treno di quelli che vanno al nord a curarsi (ci sono sempre quelli che vanno a passare una visita in un ospedale del nord) il treno dei nonni che salgono o scendono dai nipoti, il treno di queli che hanno l’ipad o il kindle e tu pensi chisà che bel libro stanno leggendo, e quelli invece giocano a solitario o vedono le foto sozze, il treno del finesettimana di quelli che fanno turismo sessuale dalle zite o ziti a distanza, il treno degli uomini pendolari che lavorano e vivono 5 giorni in una città e il finesettimana vanno dalla famiglia, li riconosci dalle buste firmate coi regali per i figli. più sò grandi e più è grande il senso di colpa.
stamattina sono andata a comprarmi i panini per il viaggio. pane filadelfia e finocchiona. il mio panino preferito. poi pure il succo alla pera e la bottiglina d’acqua.  papà è uscito e quand’è tornato mi ha detto che mi dovevo portare pure due taralli se mi brucia lo stomaco. e io ho detto, va bene.  da quando sono diventata grande ho capito che ci sono delle cose dei genitori a cui devi dire va bene, e non devi discutere. che, ci sono arrivata tardi, ma ho capito che a un certo punto ai genitori gli devi dare la possibilità di prendersi cura. e poi, metti che veramente mi viene il bruciore di stomaco? magari 2 tarallini sò utili.
e mi porto un libro solo.

3 marzo 2012

We are waiting for you, giorno 32

il diario dei giorni disoccupati
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Anzi, sarebbe qualcosa di rivoluzionario.. e non te ne pentiresti..

carò diario, così mi ha scritto un amico mio che non ho (ancora) conosciuto.
mò spiego. allora, ho finalmente lasciato la cittadina giocattolo. se ti dico che non ho provato niente mi credi? tutti che mi dicevano: ti sei commosa? no. ma ti dispiace? no. cioè, non dicevo no secco, ci giravo intorno, ma la verità caro diario è che non ne potevo più. appena sono salita sul treno mi sono sentita leggera e il cervello mi è ripartito. ho iniziato subito a fare piani e progetti roma napoli milano torino bolgna e estero. questo il piano giri futuri. e ero felice. poi lo so che tra un mesetto, quando tutto si sarà sedimentato riuscirò a dire, a dirmi quanto di bello mi porto dietro dalla cittadina giocattolo. ma adesso no. poi.
l’idea era tornare giù a casa per qualche giorno e poi ripartire subito che ci sono i festivàl di libri, le cose dei libri, dei corsi di formazione che voglio fare, gli amici da rivedere eccetera. ma io però, caro diario, mentre stavo sul treno me lo sentivo, me lo sentivo che appena messo piede a napoli, appena dal treno avrei iniziato a riconoscere le cose, appena il paesaggio mi si faceva amico…io avrei iniziato a pensare a casa. tornare a vivere a casa, un gesto rivoluzionario, come dice il mio amico della frase più sopra.
e infatti. nel viaggio in macchina con gli antenati (che sono mamma e papà caro diario e utente che mi leggi da poco e ancora non conosci tutta la mia fenomenologia), nel viaggio in macchina abbiamo parlato di casa, del paese, delle cose che succedono, di quel locale che è tornato sfitto….e della casetta in cui sono cresciuta (link al post, si può pure ascoltare con la mia voce) che pure lei, caro diario, è tornata sfitta, e io mi si è sciolto il cuore al pensiero dell’albero di arance e le scalette di granito. mentre tornavamo a casa era il tramonto e c’era pure ancora quel sole caldo che mi scaldava dentro la macchina. e i colori erano belli pure se passavamo  per quella strada brutta dove ci sono le cose della camorra e c’è lo sgarrupo che impera. non fatemi spiegare sgarrupo per favore.
io lo sapevo caro diario. il sud è così. arrivi piena di buoni propositi e progetti e poi ti frega, con quella dolcezza. nonostante lo sgarrupo, chi ci è nato poi ci vede la dolcezza e la sente pure. e resti fregato. caro diario io non ho potuto dormire stanotte. io lo sapevo che non ci dovevo tornare qua. dovevo fermarmi a roma e tornare a casa solo per le feste comandate. caro diario io lo devo risolvere questo conflitto, io mi devo decidere. che fare? vado in giro e mi piace starci, milano, per esempio. come mi è piaciuta milano caro diario tu non lo sai. e pure avere quesi miei amici intorno e pure tutte le cose belle che ti arrivano agratis, a milano. come mi sono piaciute. e roma…caro diario…roma in primavera…ne volgiamo parlare? sì certo viverci è un casino a roma, lo dicono tutti. ma sei sempre a roma, e pure a roma nonostante le difficoltà le cose ti arrivano a gratis. e poi estero. dice vuoi venire a estero? parliamo? sì che parliamo. certo, mettiamo tutto sulla tavola e parliamo. che l’occasione è grossa. e lo so bene. ma poi sto qua e stamattina sono uscita presto e ho fatto le cose di paese del sabato, il caffè al bar, uh stai qua adesso! e le ciacchiere in piazza, i racconti, il giornale e gl’incontri. e mi sono sentita un momento serena, che era tanto che non. dice che ora sono troppo emotiva. così dice mio padre. arrivo da due anni di vuoto di sentimenti, due anni di lavoro matto e disperato senza sorrisi. due anni grigi e adesso, dice papà, tutto ti pare un arcobaleno. aspetta un momento. riprenditi le tue cose e ritrova l’equilibrio. poi decidi.
non lo so caro diario. io finchè non la risolvo sta guerra io non posso prendere decisioni.  vorrei che gli eventi decidessero per me. tipo che mi prendessero per uno di quei cv che ho mandato. così non se ne parla più. che anche questa non è mica una cosa saggia. bisogna dare una spinta agli eventi, soprattutto alle cose importanti. o no? non lo so caro diario. decidi tu.

10 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 9

il diario dei giorni disoccupati
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caro diario, siccome che ho la febbre sto un poco stordita. tra una cosa e l’altra faccio un sacco di pisolini e ieri sera non riuscivo ad addormentarmi, ero sveglissima e mi giravo e rigiravo e e non capivo cos’era tutta quella agitazione che non mi addormentava l’anima, poi invece mi sono ricordata che era colpa della febbre, che quando hai la febbre ti fai un sacco di pisolini e quindi sei giustificata se non dormi la notte. e quindi appena mi sono spiegata il fatto, mi sono rasserenata e mi sono subito addormentata. maveditù.
poi sempre ieri sera faceva pure freddissimo e in camera c’era freddo e così ho deciso di dormire sul divano in soggiorno e solo che in soggiorno c’ero stata un sacco di ore e mi annoiava il pensiero di doverci anche dormire, così per dare una svolta alla giornata ho deciso di andare a dormire nel luogo preposto al sonno notturno, e cioè, il letto. il luogo preposto al sonno diurno invece è, il divano. bravi. poi sempre ieri (questo è il diario di ieri) mi ha chiamato una mia amica e ci siamo messe a parlare di lavoro, il mio, e lei mi ha chiesto un po’ di fatti, cosa stavo facendo, a chi ho mandato il cv, cosa spero di riuscire a fare eccetera. e poi mi ha fatto quella domanda, quella che se me la fai è meglio se non me la fai. eh, stai avvertito. m’ha chiesto: e poni che non ti chiama nessuno per lavorare in libreria,  che pensi di fare? marò. ma sono domande queste? come quelli che si sono appena laureati in scienze della comunicazione gli chiedi e mò? progetti per il futuro? e quelli ti risponedono: vado a fare l’erasmus…e poi all’improvviso realizzano…pure che hanno sbagliato tutto nella vita e si mettono a piangere vergognandosi tantissimo…
mi ha messo lo sconforto nel cuore. cioè, davvero, non ci ho pensato. cioè, fino a ieri non ci avevo pensato davvero. e così, solasola, mi sono messa sul cuscinone rosso vicino al termosifone con carta e penna e hofatto una lista di lavori (assurdi) possibili.  eccovela:

la cambusiera: quella che sta sulla barca a vela (che fa il giro del mediterraneo) e si occupa di tutto tranne che di guidarla, la barca. tipo fa la spesa, cucina, e fa fare i compiti ai figli dei proprietari della barca a vela, vabbè poi se serve pulisce anche, ma soprattutto fa la regina della cambusa.  e poi con tutto quel nuotare, tutto quel sole mi verrebbe un sedere che perlamiseria e un abbronzatura a cioccolata senza se e senza ma. e poi starei tutto il giorno scalza e prenderei tutto quel vento in faccia che è meglio se smetto di scriverne vah.
ah, e poi farei un sacco di post fighissimi dalla barca.

l’assistente pasticcIera vabè questa è facile da capire, non serve che spiego.  però farei l’assistente tipo in sicilia o in piemonte, che se la battono  a cazzotti per il podio di must pasticceri nel mondo, ma il vincitore ancora non è stato proclamato. e poi farei un sacco di post fighissimi coi dolcetti, altro che giallozafferano. epperò con tutti quei dolcetti mi verrebbe il culo grosso.  vabè nel mondo della pasticceria se sei troppo secca nessuno ti prende sul serio. (dicono)

e poi ho scritto anche altre cose ma sono lavori che poi non mi farebbero scrivere dei post fighissimi e quindi niente. mi sa che non li prendo in considerazione.  poi basta caro diario. sto ancora nella cittadina giocattolo, e ho pure la febbre, già è assai tutta questa attività, no?
ah no, caro diario hai ragione, la cosa più importante non l’ho detta, oggi nessuno mi ha cercata per offrirmi un lavoro. nemmeno uno ridicolo.

6 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 5

Filed under: cittadina giocattolo,cose da femmine,diario,polenta,vanity blog,zia — viadellaviola @ 19:36

il diario dei giorni disoccupati
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caro diario ieri era domenica e io da brava ragazza l’ho passata in famiglia. sono andata a pranzo da zia che ha fatto la polenta. buona la polenta. solo che avevo fatto colazione un minuto prima, latte caffè pane e marmellata e biscotti e un altro caffè. la mattina mi sveglio e ho fame e poi ora fa freddo e ho ancora più fame. mentre mi leggevo i giornali nell’internet continuavo a imburrare e marmellatare pane e così ridendo e scherzando si sono fatte e 12 e 40 e io alle 13 dovevo essere a casa di zia…. zia è la sorella di mamma e si sente la mia vicemamma. e quindi razione doppia si apprensione. non ve lo dico come mi riempie il piatto, non lo dico ma metteteci il freddo, metteteci che ora ho bisogno di più energie perchè sono concentrata a cercare lavoro -così dice lei-, mettete che lei pensa che siccome io vivo sola poi non mi cucino e quindi quando mi cucina lei bisogna sopperire alle mancanze… e insomma, un piattone.  ci ho messo un’ora e mezzo per finirmi la polenta col sugo di cinghiale. zia: ma non ti piace? nono! è buona solo che scotta ancora…
zia mi ha creduta eh, pure se  dentro quella polenta ormai divenuta una mappazza informe gelata avevano preso casa le stalattiti. dopo il pranzo di famiglia mi credevo che mi potevo annientare un poco sul divano e invece.  zia voleva andare al teatro del pomeriggio solo che da sola non ci voleva andare. quelli scellerati dei miei cugini hanno finto degli impegni, mio zio fa finta di essere sordo e indovinate. è toccato a me. fuori c’era la tormenta, poi quel teatro di pomeriggio è pieno di vecchi, niente contro i vecchi eh. peròòòò…  e poi urlano tutti perchè hanno l’apparecchio e non ci sentono e poi è risaputo che ci fa freddo nei teatri e poi le commedie nei teatri piccoli del pomeriggio sono sempre noione e niente, ci sò dovuta andare, ho accompagnato zia.  sò brava.  zia s’è messa la pelliccia finta, il cappellino francese sulle ventitrè e uno sciarpino rosso anni 30 che mi pareva uscita da una foto d’epoca. era bellissima. e mi sono commossa.  si era trasformata. zia ha circa 75 anni ma regge ancora il mondo.  sa essere elegante e non le servono i vestiti firmati. quando vuole rispolvera il portamento e la grazia. ha messo dei guantini di pelle sottilissimi e dentro la borsa ha messo un fazzolettino di stoffa col bordino di pizzo. noi ragazze e donne di questo secolo non ce l’abbiamo e non l’avremo mai questa grazia e questa cura. le donne come mia zia hanno un’eleganza interiore, un eleganza nelle maniere. anche il mio piattone di polenta aveva eleganza. l’eleganza dell’essere e sentirsi la mia vicemamma, prendersi cura di me e tenermi per mano mentre nel freddo andavamo al teatro. le donne come zia hanno l’eleganza dei sentimenti che le fa essere bellissime anche con una pelliccia finta che addosso a un’altra avresti gridato all’orrore per l’eccesso di topomorto.
al teatro c’erano come previsto i migliori esponenti della meglio giuventù. quel che resta dei combattenti e partigiani della seconda guerra mondiale, zia mi ha indicato un paio di staffette e pure una che si dice avesse fatto la puttana spia con i tedeschi. una signora che poi quando s’è tolta il cappello l’ho riconosciuta. era una mia cliente. voleva solo romanzetti romantici di Liala. e chi l’avrebbe mai detto: dice che è andata con una truppa (si dice truppa? zia così m’a detto) per scoprire che percorso avrebbero fatto il giorno dopo per poi dirlo ai partigiani amici suoi. zia m’ha raccontato un milione di queste storie ieri, dice che gliele hanno raccontate le suore, quando faceva la cuoca per loro al convento. le suore sapevano tutto in tempo di guerra, m’ha detto zia, solo che non hanno aiutato nessuno. puttane. (giuro, zia ha detto così, puttane). zia mi raccontava e io mi guardavo intorno mentre respiravo nuvole di lacca cadonet e dopobarba proraso. le signore tenevano in testa dei panettoni colorati,  il sabato qua è giorno di parrucco colore e cotonatura e fino alla domenica pomeriggio sò ancora nuovenuove. tutte con la pelliccia, vera o presunta, cappellino frufru e foulardbontòn. erano tutte bellissime. e io la commedia non l’ho guardata, mi sono guardata il pubblico e mi sono immaginata, almeno ci ho provato, mi sono immaginata queste persone come potevano essere da giovani. e come sarò io da vecchia. a 80 anni per esempio.  io non lo so come sarò. però ho guardato zia, ho pensato a mia mamma che pure lei si mette il fazzolettino di lino bianco nella borsa e ho sperato, che da grande, magari sarò come loro.

ah, poi non c’entra col diario di ieri,  ma oggi è uscito un altro mio posticino sul blog di  vanityfair :)

19 gennaio 2012

Per favore.

allòr il mese di gennaio fin’ora sta dicendo che cambio casa ma non so ancora dove andrò. all’inizio pareva che dovevo provare ad andare a francia, poi saltò, mannaggia. mio padre già stava facendo i piani per venirmi a trovare, il giro della francia, i castelli della loira che tra i pensionati è un must.  ma còm? ti sei pensionato e ancora non l’hai fatto il giro dei castellidellaloira? e a chi aspetti? che quello mio padre venirmi a trovare è una scusa, infatti mi ha detto ennò ià, non andare a parigi, che già ci siamo stati, vai che ne sò a tolosa che a tolosa non ci siamo mai stati.  papà ma pariggi è grande! sai quante cose non hai visto? se vabbè, il luvre, la torre, i campi elisi, quella chiesa a forma di torta nuziale, la baghét il croc madàm e il croc messìè e stai apposto, hai visto pariggi!
e nient’, quello mio padre è pragmatico, non è uomo di sfumature.
che pò mio padre parla col plurale maiestatis. LUI non c’è mai stato a tolosa, ma mamma sì. ma esso papà parla al plurale. tipo se mamma cucina una cosa poi papà dice: abbiamo cucinato e mamma giustamente s’incazz’. ‘chè lui, esso, papà,  non ci azzecca niente, in cucina mette zizzania. mamma così dice. mette zizzania tra le cose, le cose si arrevotano e non le trovi più.  che poi il pensiero di papà ormai è chiaro, più lontano vai e più sò contento così teniamo una scusa in più per viaggiare. mia mamma invece un po’ di scene perchè ià, già tengo una figlia e una nipote in inghilterra e ci parliamo cò skype e la bimba allo schermo del pc dice: vieni nonna vieni! e fa le carezzine allo schemo…  e mia mamma si squaglia e scusate ma io pure. e allora non vuole che io pure mi sperdo per l’europa, che però se pure andassi a milano sarebbe uguale…
e quindi, il fatto della francia s’è finito e forse sta scattando il fatto che me ne vado ammilano. ma non si sa ancora bene perchè non lo so se posso fare quella cosa di andare due mesi a cercare fortuna, mi sento che spreco i soldi. certo, due mesi a girellare per milano, con gli amici, le cose belle, tutte quelle attività che si possono fare ammilano, certo…un pensierino sempre ce lo faccio, che poi magari lo trovo davvero un lavoro nuovo di libreria. male che va sò stata 2 mesi nella newyork dello stivale, come diceva mio nonno. bene che va ci resto, ammilano. però non lo so ancora bene. e il fatto di milano per adesso finisce qua.
poi ci sta il fatto che i clienti in libreria oggi mi hanno detto: mi fai triste se te ne vai. e io non me l’aspettavo proprio. sì lo sapevo che ero stata un po’ brava però oggi, questo signore mi ha detto: mi fai triste se te ne vai. che questo signore per la miseria non mi ha mai chiacchierata, mai sorrisa, mai parlata, solo mi chiedeva i libri difficili e io glieli cercavo. e basta. e poi se ne esce: mi fai triste se ne vai. e io dentro me mi sono arrabbiata perchè secondo me uno lo deve sempre mostrare quello che pensa, e io pensavo di stargli antipatica e invece mò esce il fatto che io lo faccio triste se me ne vado.
cara toscana tu sei un grande equivoco. mò non fare che ti piangi che me ne vado, cara toscana infingarda.  mi hai soffrita due anni e certe volte pure un po’ pianta e mò che fai? mi esci la tristezza dei clienti, mi esci il giovinotto moretto, ah, il giovinotto moretto…  mi esci le cose da fare…mò??? cara toscana tu non mi hai voluta bene e mo mi sfotti.  me lo potevi dire prima che non mi ci volevi. me ne andavo a vivere a massa carrara che come dicono i fiorentini, massa carrara non sta in toscana e nemmenoi n liguria. ‘chè io ci voglio molto bene a massa carrara.
chi lo sa perchè non mi hai voluta bene mi domando.

e poi, caro gennaio, c’è un altro fatto. va bene che cambio lavoro (se ne trovo uno), va bene che cambio città (se ne trovo una che mi vuole), va bene che bel giovanotto resta qua e io me ne vado che tanto ne trovo un altro (ci piace pensarla così), va bene tutto. ma, caro gennaio, non mi va bene una cosa. non mi va bene che mi riporti in ospedale. anzi no, quello lo possiamo fare, ormai conosco tutti i segreti. la sai una cosa che non mi piace proprio caro gennaio? mò te la dico. non mi piace che mi fai avere paura, un’altra volta. smettila per favore.

ps. ogni commento piannione sarà rimosso chirurgicamente.

17 gennaio 2012

Mi dispiace averti persa 2pt

sul treno verso la toscana a bologna son saliti dei toscani. avevano un accento fortissimo, un accento che per 5 giorni non avevo sentito. all’improvviso mi hanno ricordato che stavo tornando nella cittadina giocattolo.  erano contenti, parlavano di bologna, c’è vita a bologna, c’è gente a bologna e facevano un sacco di battute  imitando il bolognese ma non gli riusciva però erano simpatici e io mi nascondevo nel libro per non farmi vedeve che ridevo anch’io. mi hanno fatto pensare a cosa mi sono persa. a tutte le cose toscane intorno a me che mi sono persa, che non ho visto, che non ho voluto vedere. alla gente che non ho conosciuto, con cui sarei diventata amica, a quelli di cui mi sarei innamorata se solo li avessi incontrati, ai bei posti che avrei visto se solo avessi saputo della loro esistenza, alle serate, ai locali, ai concerti…alla vita di una persona di trent’anni in toscana, se solo me ne fossi fatta una.

scesa alla stazione avevo il cuore in bocca.
il cuore in bocca è un verso di questa poesia, la mia poesia preferita.  mi sono sentita male, mi mancava l’aria. faceva freddo e non respiravo bene.  a milano le strade sono larghe, lo sguardo può perdersi e trovare percorsi solo suoi. arrivata alla stazione avevo il cuore in bocca, e non c’erano strade segrete per me. ho contato fino a 10, venti, poi trenta, un passo alla volta e sono arrivata, finalmente, a casa.

continua(?)

14 gennaio 2012

Le 5 giornate di Milano

Filed under: ammilano,cheffaccio?,ciao,cittadina giocattolo,fatti miei,uomi — viadellaviola @ 20:31

Ho capito che tutti gli italiani, almeno una volta della vita dovrebbero trascorrere un po’ di tempo a milano. certo non restarci sennò è un casino. però un buon periodo, dei mesi e andrebbe tutto bene. milano insieme a torino (?) sono forse le uniche due città italiane che possiamo presentare al mondo senza vergognarci. roma è meravigliosa ma è un casino, diciamocelo. però meravigliosa sempre eh.
ho girato la città non con gli occhi della turista, ma con gli occhi di chi deve decidere che nome dare al porprio futuro. e non c’è niente da fare, l’avevo anche già detto milano prima o poi la devi mettere in conto. e io la sto mettendo. prima nella lista.
milano, come dicono quelli che parlano bene, è una città votata al lavoro e io dico che si sente e questa cosa mi piace molto, è stimoltante.  poi vabè in pochi giorni non si fanno analisi, ma sono lecite le considerazioni. nelle mie 5 giornate mi sono venute più idee che in 2 anni, più stimoli che in 2 anni, più entusiasmo che in 2 anni. ho visto mostre, librerie, incontrato editori, passeggiato e ho pure ascoltato un concerto per pianoforte gratis per caso. cose belle che accadono se cammini per la strada e hai gli occhi aperti e ti guardi intorno, senti una musica, la segui, trovi un negozio di strumetni musicali entri e c’è un giapponese che prova un fazioli…e ti regala chopin.  eh?!
a milano ci sono tante cose e io le voglio tutte.  questo mi piace di milano, di questa città. c’è tutto quello che voglio. e soprattutto c’è anche quello che non so ancora di volere.  poi ieri mentre camminavo con la cartina, mi piace camminare con la cartina e no, non ce l’ho l’aicoso, e insomma la cartina mi serve sia per andare nei posti che per capire dove mi trovo. mi piace sapere dove mi trovo e allora giro con la cartina che anche se so dove mi trovo, so che devo andare dritta però la guardo la cartina, inomi delle strade, le piazze vicine, voglio sapere quello che si nasconde dietro ai palazzi. e insomma camminavo con la cartina e: sei italiana? io volevo provare a fare la straniera ma mi viene assai da ridere, ma niente, dico no, italiana, e loro poi partono col giochino ti sei persa? di dove sei? e dove vai? e bla bla. giuro erano milanesi eh! e poi anche a milano ti suonano con la macchina. bravi. le fate sentire importanti le donne, siete gentili eh :)
poi milano è piccola. finitela di dire che è grande.
poi ho capito altre cose ma adesso questi miei amici mi escono, milano ci aspetta e io domani parto. e sarà di nuovo, virgola,  cittadina giocattolo.

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