viadellaviola, un blog senza sottoveste

2 aprile 2012

IO sono di paese, il mercato

Allora, cominciamo col dire che a milano non ci sono ancora andata, ci vado tra poco, so già pure come devo intitolare il post :)

ieri era domenica, e la domenica c’è il mercato e al mercato pure se non ti devi comprare niente ci vai lo stesso se stai in paese, che andare al mercato vuol dire un sacco di cose, incontrare le persone, fare una passeggiata, fare la spesa. la spesa del cibo, che quella se vivi in paese la fai tutti i giorni perchè compri la roba fresca. tipo la scarolina croccantella dalla signora anziana che tiene il suo orto e siccome le avanzano le verdure le porta al mercato e le vende.  e io dalla signora vado. ma ci sono anche i banchi del mercato con la verdura che però sono banchi pezzotti, nel senso che sono negozi fruttivendoli che fanno pure gli ambulanti, perciò sono pezzotti. se volevo la verdura fruttivendola andavo direttamente al negozio e magari trovavo pure parcheggio.  essì perchè quando c’è il mercato poi non trovi mai parcheggio. tutti parcheggiano sopra a tutto al paese, che il mercato sisà, si fa a scendere, se sei fesso lo fai a salire…
va bene, ho capito che non siete pratici. mò spiego. al mio paese, ma in tutti i paesi del mondo, il mercato ha un percorso, va a zone. al mio paese, siccome il mercato sta in una viona lunga lunga non si può parlare di zone, ma di: sopra sopra: n’coppa coppa, sopra (normale), n’coppa, sotto, là sott’, sotto sotto (sotta sott’)  a metà, mm’ezz.
sopra sopra  ci stanno quelli che vendono le cose (i ferramenta, le cose da giardino, i vasi di terracotta, i cesti), e tutti parcheggiano da quella parte, là sopra, così si fanno la via solo a scendere…. poi sopra (normale) ci stanno le scarpe. poi dopo le scarpe, ci stanno i vestiti, e in mezzo ai banchi dei vestiti ci stanno i banchi della biancheria tipo le mutande i reggiseni cinesi, i completini da pornodiva e il BIONDO.  il banco del biondo merita la fermata. il biondo tiene i capelli rossi, ma lo chiamiamo il biondo perchè il capello rosso in campania non è contemplato, è una variante, diciamo così. esso biondo vende le lenzuola, i cuscini, le trapunte, le mappine (gli strofinacci, gli asciughini, come li chiamate?), le tovaglie,gli asciugamani, ci siamo capiti. il biondo è il re del mio mercato perchè esso ha sempre tutto. il biondo conosce a me, a mia sorella in quanto figlie di mia mamma, perchè mia mamma è cliente. dovete sapere che mia mamma è dotata di ogni allergia a sostanza acrilica contraffatta conoscita sulla terra. tu metti un filino acrilico nella trama di una stoffa e a mia mamma le viene un’allergia che ti pensi che le abbiano spennellato l’acido sulle pelle. vi siete impressionati? eh. allora mia mamma è 100% cotone. non si discute. è cassazione. e il biondo lo sa. perchè mia mamma se il biondo gli dice cotone, cotone deve essere, senò mia mamma torna e se lo fa al ragù. allora quando andiamo dal biondo, e magari io dico: uh bello questo, il biondo mi guarda, mi riconosce e dice: none signorì questo non è cosa pe’ vui.
ma come,  dico io?
none, figlia mia, quella poi la signora  se la piglia cù mme.
giuro. fatti di verità. una volta volevo delle lenzuola che non erano proprio di cotone egiziano…e quello il biondo s’è fatto promettere che non lo dicevo a mamma.
poi in realtà volevo raccontare un altro fatto ma mi sono persa nel racconto del biondo. e non lo scrivo più che senò il post è troppo lungo e vi scocciate. cià.

13 marzo 2012

vorrei scrivere uno di quei post da femmina

Filed under: arravoglio,cheffaccio?,ciao,cose da femmine,fatti miei,polenta — viadellaviola @ 22:23

ci sono un po’ di persone che conosco, che ho conosciuto grazie al blog, persone che se mi dicono una cosa io poi ci penso, ci sono queste persone che mi dicono che accanto a viadellaviola, un blog senza sottoveste, dovrei scrivere il blog di nome e cognome.
forse dovrei farlo. credo. ma poi se lo faccio lo so che questo blog poi finisce. questo blog funziona, se funziona, perchè se oggi scrivo una cosa domani la posso smentire, me la posso dimenticare, posso sviare ic ommenti, posso fare come mi pare. mi leggono persone che non ho mai incontrato, persone di cui conosco solo il nick, persone che poi ho incontrato davvero, che sono amiche, ma sempre da qua sono arrivate. mi leggono quelli che ho incontrato all’università, gente che mi conosce proprio bene,  che mi sa e che soprattutto sa come funzionano i blog. il gioco dei blog.   posso scrivere cose molto personali, anche troppo personali, posso cancellare i post (oh se l’ho fatto…) e fuori da qua posso non dare spiegazioni a nessuno. posso aver voglia di scrivere una cosa che mi è successa solo per capirla, io funziono così, o per liberarmene e quelli di voi che leggono viadellaviola da un sacco sanno a che a cosa mi riferisco… ma se invece mettessi nome e cognome, questo gioco finirebbe. subito. dovrei aprirmi un altro blog segreto per scrivere e liberarmi dai pensieri. o andare da uno psicologo bò. io non voglio guardare in faccia la gente e dover dare delle spiegzioni. e lo so perchè è già successo. sono entrate delle persone in questo mio personalissimo spazio e da quando è successo ho smesso di scrivere di cose mie. e scrivo parecchio di libri e di cose che stanno fuori da me.
volevo scrivere un post da femmina stasera. ma forse l’ho fatto comunque.

14 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 11, 12 e 13

il diario dei giorni disoccupati
e se vuoi saperne di più sul diario vai qui

caro diario sono 3 giorni che non mi confesso, ehm no, quella è un’altra cosa. ricominciamo. caro diario sono 3 giorni che non ti scrivo. è che qui si sono susseguiti gli eventi, sai caro diario la rutilante vita della cittadina giocattolo mi ha fatto preda,  vedogentefacciocose… no vabbè, la smetto che tanto non  mi crede nessuno. niente. non ho scritto perchè non mi andava di riempire i post delle solite ultime riflessioni sui libri, la lettura, le librerie eccetera. senò uno s’annoia a leggermi e io di noia al momento ne vedo già troppa e non voglio moltiplicarla. ma qualcosa ho fatto. sono andata al cinema a vedere hugo cabret. non ci volevo andare perchè quel libro per me ha tutto un significato. gli ho voluto molto bene a quel libro e non volevo vederlo martoriato al cinema. solo che stavo uscendo pazza dentro casa per la febbre e avevo bisogno di uscire e al cinema c’era solo quello e sò andata. c’eravamo io, le mamme e i papà coi bambini. mentre aspettavo mi sono seduta a leggere, poi però ho smesso per guardare un poco di televisione. la televisione era tutta la gente che mi stava di fronte. e io la guardavo. i genitori compravano ai figli taniche di popcorn e tini di cocacola. i figli oi facevano i rutti. le mamme parlavano al telefono con l’amica e si davano appuntamento per dopo al bar a bere la cioccolata per parlare del “piano shopping tutto al 70%” (true story). i padri con l’auricolare seguivano le partite sull’aifòn. i figli facevano sempre i rutti e i normanni bevevan calvadòs. no, scusa caro diario ho sbagliato citazione .  e mentre guardavo questa televisione moderna mi sono ricordata di quando una volta, una volta sola, sono andata al cinema cò papà. e la storia fa così: ero bambina, scuole elementari, al paese vicino al mio,  14 minuti di macchina, c’era il cinema e si andava là. i film per bambini li davano solo la domenica mattina, i pomeriggi e la sera solo film da grandi. io andavo coi miei sempre i pomeriggi e le sere però quella volta mi ero fissata perchè avevo visto la pubblicità per televisione di questi gatti che suonavano il jazz e mi ero impazzita che volevo andare. e così il sabato sera in pizzeria io mamma papà e mia sorella, mamma disse: domani papà ti porta al cinema. io e papà ci guardammo e non dicemmo niente. continuammo a mangiare. mia sorella sorrise mi pare. mamma mi portava a scuola, mamma mi veniva a riprendere a casa di nonno. mamma mi portava a danza e a scuola di musica. mamma mi portava a comprare le cose che mi servivano, mi veniva a prendere a casa delle amichette o nel vicolo o in piazza se giocavamo all’aperto. mamma mi chiedeva che hai fatto a scuola, mamma si accorgeva se avevo la febbre guardandomi la facciafaccia “questa faccia non è sincera” diceva, voleva dire che avevo la febbre. poi mi metteva la mano sulla fronte, poi ci metteva le labbra, mi dava un bacio e sentenziava la temperatura. mamma mi faceva l’aranciata.  mamma rispondeva alle mie domande. mamma diceva mettiti la giacca quando esci. mamma prendeva l’iniziativa di occuparsi di me.  e pure per le mie amichette era così. era la mamma che pensava a noi. o almeno così credevamo. i padri stavano lì, vedevano la partita, e poi prendevano il telecomando e mettevano sul primo la sera alle 8 mentre tu ti stavi guardando i puffi. ci chiedevano di prendere il formaggio nel frigo la sera a cena, di andare all’edicola a comprare il giornale, ci prendevano la mano per attraversare la strada pure se non passavano le macchine, ci portavano a napoli all’Edenlandia per il compleanno, andavano in farmacia a comprare il vics vaporub se avevamo il naso chiuso, ma glielo diceva mamma, non la prendevano l’iniziativa. e quel sabato sera mamma prese un’altra iniziativa, domani ti porta papà al cinema. pensai che lei non ne avesse voglia, no, anzi no, non provai a spiegarmelo. sentii solo che era strano. e non dormii tutta la notte per l’emozione. speravo che il film fosse bello, era un cartone ma mi avevano detto che c’era la musica. a papà ci piace la musica, speriamo che non si annoia. la mattina dopo mi alzai prestissimo, non lo facevo mai la domenica, mi lavai i capelli e misi una mollettina bianca con un fiocchetto che mi ero fatta da sola. mi misi il cappotto blu elegante, le scare lucide e il lucidalabbra di mia sorella. di nascosto.  sei pronta? si. ma sei sicura che è un film da bambini? eh si, poi è domenica mattina! ah già. in macchina non dicemmo nemmeno una parola, ma cantavamo (io cantavo) le canzoni di luis miguel. papà lo odiava, ma mi rigirava sempre la cassetta quando finiva il lato. arrivati al cinema parcheggiammo e papà disse aspetta a scendere che ci stanno le macchine. io non aspettai ma però guardai prima di aprire lo sportello. e che ti ha detto mò papà! ? non ubbidisci mai. poi mi prese la mano e attraversammo la strada.  mi disse aspetta qua che prendo i biglietti. io ero tropo più bassa del banco rialzato della signora dei biglietti, senò papà mi avrebbe detto: ti do i soldi prendili tu i biglietti, un ridotto e un non. ci faceva fare le cose dei grandi, papà. alla pizzeria il sabato sera ci faceva ordinare a noi, a me e mia sorella che oi litigavamo per chi doveva dire 4 margherite di cui due piccole e di cui una con le olive (la mia),  acqua naturale non gassata e una fanta. la fanta era per me.  comprati i biglietti entrammo subito in sala. non c’era il popcorn o la cocacola. al cinema solo il cinema c’era. poi arrivarono gli anni ’90 e pure in quel cinema piccolo arrivò l’america e le patatine sancarlo.
aprendo il sipario di velluto per entrare nella sala mi ricordo un chiasso esagerato di creature urlanti e genitori. papà mi voglio sedere d’avanti. papà mi guardò, stette zitto 3 secondi poi disse: va bene, dove vuoi tu, il cinema è tuo. così disse. ci sedemmo, papà si tolse il cappotto. e io pure allora. papà si mise comodo con le mani sulla pancia e le gambe un poco allungate. e io pure allora. solo che io ero bassa e non mi potevo allungare più di tanto. ma stai comoda a’papà? comodissima. poi si spense la luce,  la sala  si fece zitta e iniziò il cinema. solo che apparve subito una scritta che diceva. gli aristocratici e papà si girò e disse: lo vedi che è un film da grandi? andiamocene che poi ti scocci. e mentre mi stava per scattare un pianto definitivo accadde quello che tutti sappiamo perchè tutti abbiamo visto gli aristogatti. elllovédi che ciò raggione?! è un film da piccoli!  va bene ma mò siediti però che senò da dietro ci sgridano. il film fu bellissimo, e poi tutti quanti volevamo fare il jezz, alleluiaaaa, chevvelodicoaffare. poi il cinema finì, t’è piaciuto a’papà? si assai e a te? e si pure a me.  ci rimettemmo il cappotto, seguimmo la fila di gente che usciva, uscimmo fuori sul marciappiede, papà mi prese la mano, andammo verso la macchina. papà mise in moto e iniziammo a cantare insieme, e la radio era spenta.

11 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 10

il diario dei giorni disoccupati
e se vuoi saperne di più sul diario vai qui

Caro diario, la febbre forse mi è passata, diciamo che non è successo niente di particolare, e perciò vorrei riprendere un discorso di  qualche post più sotto che avevo lasciato a mezzo: il discorso dei libri da femmina e scritti dalle femmine che io al momento mi rifiuto di leggere.
forse ho liquidato la faccenda con troppa leggerezza. mo spiego bene. la cosa nasce da lontano. dalla libreria ovviamente. esiste tutto un genere di libri con storie di donne maltrattate, picchiate, violentate, menate dal marito, quei libri di donne forti che  nonostante le avversità e la sfiga poi riescono a salvarsi. ed esiste un pubblico, folto, e aiutatemi a dire folto, che questi libri li cerca, e legge solo quelli. arrivano al banco dicendo: dove ce l’hai i libri sulle donne?  e ora chiedetevi: esiste lo scaffale dei libri sugli uomini? no. bravi.
questi libri sulle donne sono scritti sia da donne che da uomini, anzi la maggior parte sono scritti da uomini. la cosa che mi turba profondamente è il fiume di donne che veniva a chiedermeli, perchè mai una donna dovrebbe chiedere libri di donne maltrattate menate violentate bruciate nell’acido? ma anche meno sfigate eh, era sufficiente una vicissitudine matrimoniale, tipo lui che la trascura, lei si fa l’amante, lui capisce che l’ha trascurata e poi alla fine si amano, ma intanto lei è incinta di quell’altro. perchè mai li chiedevano? per interesse sulla condizione della donna in medioriente o nell’era moderna? no davvero. fidatevi non è quello. e non voglio nemmeno provare a fare un’analisi dei perchè una persona sia spinta a leggere robe del genere, che poi se provi a proporre un saggio sull’argomento mica se lo comprano…. e magari alcuni sono pure  scritti benissimo eh, chi lo nega. ma non è questo il punto.
il punto è che il fatto che l’argomento donna e tutte le sue sfighe sia un genere mi turba e mi fa stare sull’attenti. gli editori puntano molto su questo quando il libro che mettono sul mercato ha per protagonista una donna, donna che in cinque secondi diventa un’eroina, la sua vita si trasforma in un’epopea e il racconto dei suoi sentimenti dovrebbe portarti a struggimento. certo, non tutti i libri di donne e sulle donne sono così. ovvio.  ma è sempre più difficile riconoscerli, per me almeno.  come libraia prima e come lettrice poi, mi sento in trappola, certo volte mi sentivo soffocare quando mi arrivavano le schede delle novità da scegliere e l’editore sapeva solo dirmi che il libro parlava di una donna, del coraggio di questa donna, della scrittura romantica eccetera eccetera.
e magari mi perdevo un capolavoro della letteratura certo, ma mentre leggevo la scheda mi venivano le bolle.

mi chiedo quanto mi sono persa per questa mia chiamiamola ritrosia nei confronti di certi libri.  un libro su una donna e di una donna che mi è piaciuto tantissimo è La Monaca di Simonetta Agnello Hornby. la vita della protagonista è stata davvero un’epopea, lei è stata davvero un’eroina e i suoi sentimenti, il racconto dei suoi pensieri in quel libro è stato reso in modo perfetto dalla scrittrice. mi sembrava che quel libro prendesse sul serio quello che stava accadendo alla protagonista. io credevo a quello che leggevo, non c’era ammiccamento, non c’era nessun occhiolino da parte dell’editore. vedi anche la copertina… ci avete fatto caso si o no che quando il libro è destinato alle donne (che poi a me questa cosa che i libri siano destinati mi fa incazzare…) c’è sempre un’immagine romantica? un viso, una scarpa, un fiore, una tazza…dai su, tutto quell’immaginario da cioccolata calda, cuscinoni, coperta e temporale fuori… quei libri che: indagano l’animo femminile… ci siamo capiti.
il libro della Hornby invece è un libro vero. e infatti, grazie anche alla copertina asessuata non ho avuto nessuna difficoltà a proporlo anche agli uomini.
certo, a volte accade anche che la copertina sia ammiccante, cioccolata cuscinoni eccetera… e invece il testo non c’entra niente, è davvero un libro a cui si può credere epperò per colpa della copertina non riesci a proporlo ai maschi.  e quindi il mercato è una ragione.
un’altra ragione sono io. io ho il problema che mi immedesimo. esempio estremo: nel libro che sto leggendo ora ci sono un po’ di pagine in cui si parla di soldati, della campagna d’africa e di prostitute bambine. 3 prostitute bambine per un battaglione intero, di soldati in fila, in attesa del turno. con tutto quello che ne consegue.
dopo aver letto quelle pagine, tra l’altro tutto s’intuiva, non c’era nessuna frase esplicita sulle violenze, ho dovuto lasciare il libro per un giorno intero. io ho smesso di leggere perché mi sono sentita male, forse così è più chiaro… ed è sempre così. io poi mi sento male.  poi ho ripreso il libro e per fortuna, almeno per ora, non ci sono donne, ma solo uomini che tirano cazzotti. sto tranquilla, non mi può succedere niente.
io non mi voglio immedesimare. io voglio assistere. voglio farmi portare in altri posti, non dentro me stessa, perciò leggo poche storie di donne. a ravanare nella mia psiche ci penso da sola.  (magari le altre donne sanno essere più distaccate, io no chedevofà?!) non voglio che mi arrivi il pensiero: e se fosse successo a me? cosa avrei fatto detto pensato?  no. ma poi, forse ha detto bene ipofrigio in un commento, in questo momento, i libri sulle donne non mi parlano.
io voglio solo che qualcuno mi racconti una storia, bella o brutta non importa, ma io voglio solo ascoltare.
spero di essermi spiegata.

nota: girellando in cerca di immagini, è venuto fuori questo link della Biblioteca di Scienze della Storia e della Documentazione storica sulle donne. maveditù.

6 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 5

Filed under: cittadina giocattolo,cose da femmine,diario,polenta,vanity blog,zia — viadellaviola @ 19:36

il diario dei giorni disoccupati
e se vuoi saperne di più sul diario vai qui

caro diario ieri era domenica e io da brava ragazza l’ho passata in famiglia. sono andata a pranzo da zia che ha fatto la polenta. buona la polenta. solo che avevo fatto colazione un minuto prima, latte caffè pane e marmellata e biscotti e un altro caffè. la mattina mi sveglio e ho fame e poi ora fa freddo e ho ancora più fame. mentre mi leggevo i giornali nell’internet continuavo a imburrare e marmellatare pane e così ridendo e scherzando si sono fatte e 12 e 40 e io alle 13 dovevo essere a casa di zia…. zia è la sorella di mamma e si sente la mia vicemamma. e quindi razione doppia si apprensione. non ve lo dico come mi riempie il piatto, non lo dico ma metteteci il freddo, metteteci che ora ho bisogno di più energie perchè sono concentrata a cercare lavoro -così dice lei-, mettete che lei pensa che siccome io vivo sola poi non mi cucino e quindi quando mi cucina lei bisogna sopperire alle mancanze… e insomma, un piattone.  ci ho messo un’ora e mezzo per finirmi la polenta col sugo di cinghiale. zia: ma non ti piace? nono! è buona solo che scotta ancora…
zia mi ha creduta eh, pure se  dentro quella polenta ormai divenuta una mappazza informe gelata avevano preso casa le stalattiti. dopo il pranzo di famiglia mi credevo che mi potevo annientare un poco sul divano e invece.  zia voleva andare al teatro del pomeriggio solo che da sola non ci voleva andare. quelli scellerati dei miei cugini hanno finto degli impegni, mio zio fa finta di essere sordo e indovinate. è toccato a me. fuori c’era la tormenta, poi quel teatro di pomeriggio è pieno di vecchi, niente contro i vecchi eh. peròòòò…  e poi urlano tutti perchè hanno l’apparecchio e non ci sentono e poi è risaputo che ci fa freddo nei teatri e poi le commedie nei teatri piccoli del pomeriggio sono sempre noione e niente, ci sò dovuta andare, ho accompagnato zia.  sò brava.  zia s’è messa la pelliccia finta, il cappellino francese sulle ventitrè e uno sciarpino rosso anni 30 che mi pareva uscita da una foto d’epoca. era bellissima. e mi sono commossa.  si era trasformata. zia ha circa 75 anni ma regge ancora il mondo.  sa essere elegante e non le servono i vestiti firmati. quando vuole rispolvera il portamento e la grazia. ha messo dei guantini di pelle sottilissimi e dentro la borsa ha messo un fazzolettino di stoffa col bordino di pizzo. noi ragazze e donne di questo secolo non ce l’abbiamo e non l’avremo mai questa grazia e questa cura. le donne come mia zia hanno un’eleganza interiore, un eleganza nelle maniere. anche il mio piattone di polenta aveva eleganza. l’eleganza dell’essere e sentirsi la mia vicemamma, prendersi cura di me e tenermi per mano mentre nel freddo andavamo al teatro. le donne come zia hanno l’eleganza dei sentimenti che le fa essere bellissime anche con una pelliccia finta che addosso a un’altra avresti gridato all’orrore per l’eccesso di topomorto.
al teatro c’erano come previsto i migliori esponenti della meglio giuventù. quel che resta dei combattenti e partigiani della seconda guerra mondiale, zia mi ha indicato un paio di staffette e pure una che si dice avesse fatto la puttana spia con i tedeschi. una signora che poi quando s’è tolta il cappello l’ho riconosciuta. era una mia cliente. voleva solo romanzetti romantici di Liala. e chi l’avrebbe mai detto: dice che è andata con una truppa (si dice truppa? zia così m’a detto) per scoprire che percorso avrebbero fatto il giorno dopo per poi dirlo ai partigiani amici suoi. zia m’ha raccontato un milione di queste storie ieri, dice che gliele hanno raccontate le suore, quando faceva la cuoca per loro al convento. le suore sapevano tutto in tempo di guerra, m’ha detto zia, solo che non hanno aiutato nessuno. puttane. (giuro, zia ha detto così, puttane). zia mi raccontava e io mi guardavo intorno mentre respiravo nuvole di lacca cadonet e dopobarba proraso. le signore tenevano in testa dei panettoni colorati,  il sabato qua è giorno di parrucco colore e cotonatura e fino alla domenica pomeriggio sò ancora nuovenuove. tutte con la pelliccia, vera o presunta, cappellino frufru e foulardbontòn. erano tutte bellissime. e io la commedia non l’ho guardata, mi sono guardata il pubblico e mi sono immaginata, almeno ci ho provato, mi sono immaginata queste persone come potevano essere da giovani. e come sarò io da vecchia. a 80 anni per esempio.  io non lo so come sarò. però ho guardato zia, ho pensato a mia mamma che pure lei si mette il fazzolettino di lino bianco nella borsa e ho sperato, che da grande, magari sarò come loro.

ah, poi non c’entra col diario di ieri,  ma oggi è uscito un altro mio posticino sul blog di  vanityfair :)

5 febbraio 2012

we are waiting for you, griono 4

il diario dei giorni disoccupati

caro diario, questo è il racconto di ieri. ieri è stata una giornata un po’ del cavolo. il freddo si è insinuato in tutte le mie decisioni e poi ho ancora tosse raffreddore e tutto il cartello dei malanni invernali. ho iniziato a impacchettare i libri ieri, non ne ho tantissimi qui, solo quelli acqusitati nei due anni di cittadina giocattolo e qualche volume che mi sono portata da casa di giù, perchè non potevo farne a meno. ovvimente questa operazione non è stata vuota di ragionemanti.  me li sono risfogliati tutti, ho riletto gli appunti presi a margine, le sottolineature, riletto le pagine con l’orecchia (sì, io faccio le orecchie ai miei libri vabbè?!) quelle senza sottolineatura, si vede che siccome tutta la pagine era sottolineabile, per fare prima ho fatto l’orecchia. e una cosa che ho notato che libri che avevo orecchiato e sottolineato anni fa, continuano a darmi e stesse sensazioni. letti oggi, avrei sottolineato e orecchiato le stesse frasi, le stesse pagine. poi ho riflettuto sul possesso dei libri e sul vederli. il libro di carta lo vedi lì sulla mensola. l’ebook no. non ne hai la stessa percezione. non ho ancora capito se questo è un bene o un male. non mi interessa il giudizio di valore. mi interessano le implicaizoni. avere i libri di fronte, vederli, sentirli tra le mani, sentirne il peso secondo me fa scattare dei sentimenti, delle reazioni che con l’ebook non succedono. che succede con gli ebook? con gli ebook accadranno altre cose. e io sono curiosa di sapere cosa. forse mi vorrò occupare delle implicazioni della lettura su ebook. è una cosa che ignoro e quindi al momento mi affascina. poi ho pensato una cosa che secondo me quelli che lo usano l’ereader e che scrivono libri solo elettronici secondo me sanno già. la scrittura per ebook è diversa. non avendo il limite della carta, la possibilità dei link e dei salti,  l’opportunità di usare più immagini (su carta costa mettere le immagini) di sicuro tutto questo crea uno stile di scrittura diverso. si ma come diverso? secondo me leggere su ereader i libri nati per la carta fa un po’ strano. è come vedere un film in 3d senza occhialetti.  manca una dimensione. la scrittura su carta ha 2 dimensioni. quella per ebook ne ha 3, almeno. e noi leggiamo senza occhialetti, perciò ci sembra strana.
attenzione, forse ho partorito un pensiero interessante. non lo so. ma ci voglio riflettere ancora. anzi, se ne sapete, tipo se c’è qualcuno che si occupa di questo ditemene. cioè ma no uno che fa ragionamenti e basta, no, io voglio sapere nel cervello proprio che succede. e poi ancora una cosa, se c’è qualcuno che scrive già in 3 dimensioni, usando tutti i modi e tutti gli spazi e tutte le potenzialità della scrittura 3d, allora ditemene anche di questo, di sicuro è americano.  questi sono i pensieri più importanti che ho fatto ieri.
poi ieri nel diario di ieri ho detto delle cose sui libri scritti dalle femmine, e forse avrei dovuto argomentare un poco di più.  ci sono stati commenti che secondo me hanno frainteso le miei intenzioni, ma addirittura delle mail. alcune anche un po’, ehm…esagerate. forse ho liquidato con poche parole una cosa così importante, magari ci scrivo meglio. con calma e sottolineando le parole fondamentali. dopo vado a commentare il post, stamattina ho visto dei commenti a cui voglio rispondere. nei commenti c’è dialogo e rispetto, nelle mail ricevute CHE NON AVRANNO RISPOSTA c’è maleducazione e poi mandare una mail è diverso dall’esprimere un parere nei commenti…
cioè, fatevi una vita…

poi volevo dire che ho iniziato il libro di Davide Enia: Così in Terra. e sto pensando che mi dispiace non essere in libreria ora, lo consiglierei a tutti. anche a quelli che di sicuro non lo comprerebbero, però gliene parlerei. compratelo, leggetelo, rubatelo. fate qualcosa.  ho scritto ai miei amici lontati di leggerlo, ho pure mandato un messaggio all’autore. grazie.
io quando leggo un libro bello, io vado a ringraziare, sempre. perchè un libro bello è un’epifania. di questo libro mi ricorderò molte cose. i luoghi, i dialoghi.  riesco a distinguere anche il tono di voce dei personaggi. non hanno ancora un volto. sono solo a pagina 60. iniziato ora eh.
mi sa che a 100 posso iniziare a fare il ritratto.

4 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 3

il diario dei giorni disoccupati

caro diario, oggi è il terzo giorno disoccupata e già mi sono arrabbiata. ma partiamo dall’inizio. mi sono alzata tardi perchè ieri sera mi sono addormentata verso le 4. sono stata a leggere fino alle 3 e 40 e le 4 è stata l’ultima volta che ho visto l’ora. faceva talmente freddo ieri sera che mi sono fatta un tè per riscaldarmi, non sapevo più che altro inventarmi dopo il pigiamone, 2 paia di calzini, coperte a mai finire e i guanti che mi si gelano le mani. il tè mi sono fatta, la camomilla mi fa schifo. e così con tutta quella teina non son0 riuscita a dormire a un orario decente. e poi il freddo mi faceva stare sveglia e lo stare sveglia mi faceva pensare ai fatti miei e poi il libro era bello ma lo leggevo lentamente perchè tra una pagina e l’altra mi riveniva da pensare ai fatti mei e non finivo mai.

stamattina ho ritrovato vecchie agendine con gli appunti di vari corsi che ho fatto di letteratura per l’infanzia, ho riordinato tutti gli appunti e mi sono scritta un po’ di progetti di letture animate per bambini.  devo tenere al mente allenata. ho scritto mail a un po’ di amici e fatto delle telefonate.  ho bevuto talmente tanto tè ai frutti rossi che ho la lingua color lampone.

ho riletto il diario di ieri, questo blog sta prendendo una deriva troppo da squinzia, è il caso di smettere di parlare di siopping e di vestiti anche perchè ho speso tutti i soldi che potevo spendere. se lo faccio ancora arrabbiatemi fortissimo.

poi ho ripensato al fatto che non voglio leggere libri scritti dalle femmine. adesso spiego il perché:  non me ne frega niente di quello che pensano le donne, di come lo vedono il mondo, di cosa sognano, di cosa sperano. io lo so già. e se non lo so cosa pensa un’altra donna, leggo qualche riga e lo capisco. ma non c’è nessuna epifania. attenzione, non sto dicendo che le donne non sanno scrivere. no. sto dicendo che non m’interessa, al momento.  perchè modestamente, sono donna anche io e la mia testa non sta mai al suo posto e io penso un sacco di cose di continuo e il cervello mi fa male certe volte. con i libri scritti dalle donne poi mi scatta il processo d’immedesimazione. cosa avrei fatto, come mi sarei sentita, anzi no, io quelle cose poi le sento davvero, non come se.  e io non voglio questo.  non voglio aumentare la mia vita. non voglio sentire più di quanto già sento.  io voglio cose che non so. cose che non capisco. voglio viaggiare con la testa in pensieri che non so dove vanno a parare.  voglio leggere una visione del mondo diversa dalla mia,  non mi voglio crogiolare nell’arravoglio dei sentimenti, sono già esperta e poi per questo, per l’arravoglio, ci sono le amiche, i piagiama party e skype. certo, sarebbe bello se valesse anche il contrario: che gli uomini leggessero libri scritti da femmine. se lo fanno, lo fanno poco. dicono che i libri delle femmine sono pieni di sentimenti, e si annoiano. bugia. secondo me si perdono in tutto quell’arravoglio. poverelli.

però a 18 anni ho letto Simone de Beauvoir,  ma questa, evidentemente,  è un’altra faccenda.

la foto in alto s’intitola: celo, celo,  mi manca.
si lo so la qualità fa schifo, se vi mancano dei titoli chiedete.

3 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 2

caro diario, mentre scrivo sono le 23 e 45 quindi sono in tempo per il mio progetto un post al giorno fino a quando troverò un lavoro.

allora stamattina mi sono svegliata pure presto come ieri, mi sono lavata vestita e sono uscita subito fuori verso il mondo. in giro c’eravamo solo io le badanti  georgiane, c’era ghiaccio per terra e un freddo che vabbè lo sappiamo tutti. sono andata al mio bar della colazione, un bar che sta un po’ lontano, ci vado quando ho tempo. ha i cornetti buonisssimi e poi c’è un bel riscaldamento. ah sì e poi c’è anche il giovanotto occhi dolci che quando entro nel bar mi sorride e io eh. ma vado soprattutto per i cornetti eh.
poi in realtà sono uscita per comprare delle robe per cucinare, volevo fare un pane alle erbe e mi mancavano le erbe e così mi sono diretta verso il supermercato. solo che la via del supermercato è costellata di negozi e io nella borsa avevo pure i soldi dello stipendio che dovevo andare a versare e insomma, si lo so, non avrei dovuto ma ecco, duepunti: un piumino blu comelovolevoio! che io lo volevo di un bel colore brillante, no nero e grigio o color topomorto, e insomma era un bel blu e poi mi stava a pennello e poi ci ho già  anche il cappellino pandàn e la sciarpa e insomma. il piumino. ah poi già che stavo… magliettinE, una cinturina e poi due vestiti di lana quelli che si mettono col cinturone. bellini assai. ah poi, mi sono provata anche un vestitino nero stile sciacquetta, tipo estivo da sera, di quelle sere che esci agguerrita (femmine ci siamo capite) tutta scollacciata che va bene fa freddo è fuoristagione ma io me lo pensavo per l’estate, tipo una festa sotto le stelle che ti levi i tacchi e vai girando a piedi nudi col bicchiere di vino in mano, perchè io spero sempre in un mondo migliore, un mondo in cui sto bene in un bel posto d’estate e vado a un sacco di feste. ah poi non l’ho comprato, ma mi STAVA DA DIO.  e poi comesenonbastasse il commesso gay mi ha vista che mi crogiolavo con lo specchio e m’ha detto, duepunti: quello va portato senza mutande mi raccomando!
marò!
ecco. poi finalmente sono uscita dal negozio della perdizione, era l’una meno cinque mi dovevo spicciare per comprare le erbe per il pane, solo che verso il supermercato ho incontrato quel negozio di collanine tanto belline e insomma, duepunti, una collanina e 2 braccialetti.  e no, non le metto le foto delle robe che ho comprato, perchè questo non è quel tipo di blog. certo se avessi comprato il vestitino nero magari sì, ma solo perchè ora sono un po’ triste e ho bisogno di complimenti assai. ma poi lo so che se pure le avessi fatte poi non avrei mai avuto il coraggio di metterle, che mi vergogno.
poi sono passata dalla libreria per dire un fatto e ho approfittato per comprarmi un libro. è bello andare in una libreria, girare gli scaffali e trovare un libro che t’incuriosisce.  e così ho fatto. e mi sono intenerita perchè questo l’ho ordinato io per la libreria. l’avevo preso per una bibliografia che avevo curato per una tizia che doveva studiare i balletti russi.
e di nijinsky non sapeva niente. ..
poi finalmente sono arrivata al supermercato e mi sono ricordata che mi mancava il dentrifricio. ho comprato il dentifricio, ho pagato e me ne sono andata. arrivata a casa mi sono ricordata che non avevo fatto l’unica cosa che m’ero prefissata di fare, comprare le erbe per il pane alle erbe.  a quel punto faceva troppo freddo per uscire. e sono rimasta a casa.  come ieri ho aperto la posta seimila volte, ma poi ho deciso che devo smetterla. è come con i maschi. se esci di casa tutta bellina in cerca di quello che ti piace è sicuro che non lo vedi. poi quando esci di casa col cappotto e sotto il piagiama solo per comprare le sigarette al bar sotto casa e i capelli a cavolfiore…è proprio quello il momento il cui lo incontri. ecco. devo fare così.
oggi non ho mandato nemmeno un cv. ma mi hanno telefonato per un posto di 3 mesi di call center. dice che il mio profilo è proprio quello che cercavano.

non mi avrete.

31 gennaio 2012

Nenna, nennella, piccola bambina

domani è l’ultimo giorno di lavoro. poi chilosà. e quindi mi spetta quel tantinello di anZia, che mi pare anche giustificata in un’era in cui la quale la gente perdono il lavoro senza volerlo o non lo trovano e io invece me lo sperdo così per la via senza rispetto. così mi ha detto una persona. che io non ho rispetto per i tempi che corrono, io lascio un lavoro sicuro e non ho rispetto per i tempi che corrono. io ci volevo dire che proprio perchè ho rispetto per questi tempi che corrono che ho lasciato il lavoro, così ci posso correre appresso, a questi tempi che vanno troppo veloci appunto, e corrono.

ma mi sono messa a scrivere stasera per raccontare un fatto che mi è tornato in mente. stasera stavo a cena da zia che non si capacita di questa mia nuova condizione di limbo e incertezza e mi fa un sacco di domande e mi vorrebbe a cena tutte le sere ma io primo non ciò voglia e secondo devo svuotare il frigorifero e il freezer di tutte le robe che ci stanno dentro prima di andarmene e quindi devo restare a casa per finire di mangiare.
e insomma da zia è venuto fuori un fatto di nonno. di quando ero piccola.
sì, sto per parlare di mio nonno. un amico mio una volta disse che i blog delle femmine sono sempre pieni di gatti, di fatti di ammore incomprensibili e dei nonni. il mio blog solo di mio nonno.
allora prima di dire il fatto vorrei dire un altro fatto ancora. che io quando sono perplessa sulla mia vita, quando sono dubbiosa e ho le ortiche nella testa, io me lo penso spesso mio nonno. perchè mio nonno mi ha cresciuta. mi ha tenuta un sacco di ore a casa sua, perchè i miei lavoravano ma anche quando non lavoravano io da nonno stavo. e stavo bene. io mi ricordo che non avevo i pensieri quando stavo da nonno. invece quando stavo fuori, a scuola, in piazza a giocare, a casa, nel mondo, io avevo i pensieri. invece a casa di nonno, cò nonno io niente. nonno mi faceva la merenda, mi tagliava le foglioline (così dicevo) le foglioline di prosciutto, quello che si affetta a mano che nonno faceva le fettine piccole e sottili per me , le folioline, e poi mi dava il pane buono che faceva lui, nonno faceva il pane di mestiere. sì lo so che pare il quadretto del mulino bianco ma io quest’infanzia ho avuto. senò non si spiegava questo mio modo di essere come se fossi uscita dall’uovo di pasqua. e insomma mio nonno, a casa di nonno non esitevanoi pensieri. la merenda, le foglioline, poi stavamo un sacco vicino al camino. nonno lo sapeva tenere bene il camino, faceva il caldo con pochissima legna e mentre lo governava con gesti piccolissimi e il calore mi teneva un poco cullata, mi raccontava le cose di quando c’era ancora nonna, della guerra, i mericani, la russia e le zuppe di patate mangate di nascosto, il freddo, i cavalli e del tempo lontano. mi chiamava nenna, (con la e stretta, per l’utente del nord).  nenna vuol dire nennella, piccola bambina. quando avevo la febbre e stavo a casa, nonno mi telefonava e diceva: nenna? e io: nonno! e lui: nenna tutt’apposto? e io, nonno ciao! che ci fai al telefono? (nonno non voleva mai parlare al telefono)  e lui: nenna non mi stai riposondendo! si nonno tutt’apposto. va bene. allora ciao. ciao nonno! e lì io sarei stata al telefono almeno altre mille mezze ore ma nonno attaccava. poi telefonava altre 5 o 6 volte nella giornata e la telefonata era sempre uguale. nenna? uh nonno! nenna tutt’apposto?…

io adesso è come se avessi un poco di febbre. sto qua a casa un po’ in attesa che passi. me però il telefono non suona.

5 gennaio 2012

Perchè non sono quel tipo di ragazza

Filed under: cose da femmine,nuche dubbiose,siopping — viadellaviola @ 23:45

sono andata per saldi a firenze. è successo che:da h&m c’era talmente tanta ressa per entrare che gli huomoni della sicurezza erano in 3. larghi quanto la porta. prima di riuscire a entrare ho fatto questa riflessione. il prossimo uomo di cui il quale mi batterà il cuore secondo me sarà uno della sicurezza di questi negozi per femmine non ricche. perchè se sai gestire una folla di femmine pazze che si strappano i capelli per entrare in un negozio di murticielli (poi dopo spiego i murticielli…) allora vuol dire che sei equilibrato. vuol dire che hai la diplomazia necessaria pure per risolvere il conflitto in palestina. vuol dire che non tieni grilli di fare l’artista, che non tieni grilli che il mondo non ti capisce, non tieni grilli che vuoi fare lo scrittore, non tieni grilli ridicoli in testa. magari non hai capelli (e per me sisà la cosa può essere un valore aggiunto…) ma sei equilibrato. i buttafuori delle discoteche non sono così. quelli stanno là per menare le mani all’occorrenza. questi qua no. non le possono mica menare le mano. devono stare là, fermi come delle statue, impassibili come buddha. imporre le mani come santoni e respingere le masse delle femmine scatenate. poi hanno una pelle belllissima. secodo me anche questo è un bel dato.e veniamo ai murticielli. dopo tutta la fatica per entrare da h&m che ti scopro? che come al solito hanno tirato fuori tutti i murticielli invenduti degli anni 90. come faceva sempre benettòn. dici vabbè, devono smaltire le scorte (tipo i jeans col risvolto e le scarpe a punta mozzata della tizia nella foto che ho messo…) ma se cerco bene ci saranno pure i vestiti di questo millennio…ma cua’ millennio?! erano solo murticielli! gonne a vita alta, giacche sformate, e pantaloni con le pences! ho fatto il giro 3 volte, le femmine si menavano, la fila per i salottini prova s’era fatta a serpentone, non vi dico alla cassa, quelli della sicurezza si tenevano sottobraccio e facevano selezione all’ingresso: tu sì, tu no, tu stai buona qua se non la smetti ti mando a casa senza carta di credito, e io? io mi guardavo intorno e mi rendevo conto, col gelo nel sangue, che quelle femmine impazzite erano pazze per i murticielli! e allora c’era qualcosa che non mi tornava, cioè quelli non erano murticielli,  scorte degli anni passati, no! finalmente capisco: erano proprio le cose di quest’anno! e io dove sò stata che non mi sono accorta di niente eh?
ah. infossata in libreria. vabbè lasciamo perdere.
ma andiamo avanti. sconfitta delusa e affranta, che io no, se pure sono tornati di moda sempre murticielli mi sembrano e non me li metto, me ne sono uscita lasciando un’ultima occhiata d’ammore all’uomo della sicurezza dagli occhioni gentili. ha inziato a piovere ma chisenefrega. ho tutti questi soldi e non ho (ancora) un vestito (citazione che ogni anno si ripete in periodo di saldi…)
sono entrata in un sacco di negozi e come al solito me ne sono uscita triste per il solito motivo:
se un vestito mi piace ci sono 3 opzioni: a)non mi sta b)mi sta ma costa assai c)non me lo so mettere. Non ridete. Le utenti femmine sanno di cosa sto parlando. Ti avvicini al capo che ti interessa perchè magari la stoffa, i colori ti hanno attirata. gli dai un’occhiata rapida, cerchi la taglia e vai in camerino. ti spogli ma con moderazione, non te la leva nessuno la convinzione che ti stanno spiando dietro allo specchio e poi fa freddo e ciai i calzettoni sotto i pantaloni e insomma forse ti ci vorrebbe un giro di silkepil però non importa perchè il natale in libreria ti fa sempre dimagrire un poco e ti distrai dalla tua convinzione spiona ti complimenti allo specchio per la ritrovata siluèt nonostante il calzettone che però è bordò in tono con tutto il resto della biancheria.  ma poi ti ricordi della tua convinzione spiona e t’infili avvolo avvolo il vestito e però quando te lo sei infilato forse hai sbagliato a mettere la testa, magari là ci andava il braccio dentro,  o forse no, ci andavano tutt’e due e la testa? sto vestito tiene 2 buchi ma a me ne servono 3: deu braccia e una testa! ma come sto vestito non contempla il buco per la testa? e non puoi manco uscire e chiedere alla commessa che ti vergoni non lo sai se più del calzettone, del giro di silkepil o del fatto che a 32 anni non ti sai ancora vestire da sola…. e disisti.

vabbè il racconto prosegue, ma il post poi è troppo lungo e non lo legge nessuno.  e comunque mi sò comprata una borsetta, un cappello, due maglioni e, duepunti: un vestitino del tipo cucito addosso, un po’ arancio ruggine. ma non la metto la foto di me dentro  al vestito, perchè non sono quel tipo di ragazza*.
ciao.

*non è vero che non sono quel tipo di ragazza. è che non tengo le scarpe adatte senò l’avevo già messa la foto :D

update: esiste anche il post gemello del 2008, quando, se possibile, scrivevo ancora più sgrammaticato di mò… (grazie a violascintilla

Tema: Rubric. Blog su WordPress.com.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 183 other followers