viadellaviola, un blog senza sottoveste

27 marzo 2012

Occhi verdi alla stazione di Napoli

C’è la corriera che la prendo sotto casa, poi ci salgo e la corriera mi porta a napoli. è la corriera che certe volte prendevo per andare a scuola, al liceo quando non trovavo nessun passaggio di genti del paese che andavano al lavoro dalle parti di scuola mia. ogni volta che ci salgo mi prende pari pari il mal di stomaco che mi prendeva per andare a scuola. facevo il conto alla rovescia: passato quest’albero mancano 15 minuti a scuola, passata la casa in costruzione ne mancano 10, passata la casa verde col cavallo (c’era un cavallo che pascolava nel giardino della casa verde) mancano 7 minuti, passate le case con le finestre triangolari e quella a forma di enorme castagna (true story) ci siamo quasi, lo stomaco si ferma e se non mi concentro vomito. soprattutto se avevo fisica alla prima ora. al ritorno invece non facevo la conta, mi rilassavo guardando fuori dal finestrino e qualche volta mi perdevo la fermata.

quando salgo sulla corriera mi siedo sempre d’avanti, lo stomaco mi fa sempre male ma non per la scuola o per la professoressa di fisica, no per i pensieri. se prendo la corriera è per andare alla stazione di napoli, prendere un treno e andare nei posti, nelle città, in cerca del mio futuro.

alla stazione a napoli ci arrivo sempre con un sacco di anticipo. una volta è venuto a trovarmi il mio amico Googo, che però non trovava parcheggio e allora sono salita sulla sua macchina che si può scassinare con la sola forza del pensiero e ci siamo messi a girare intorno alla zona della stazione che insomma, non sono gli Champs Elysee… poi quando abbiamo trovato parcheggio s’era fatto tardi e così  siamo corsi alla stazione, a piedi.

alla stazione di napoli ha aperto la nuova feltrinelli e sempre  faccio un giro. una cosa che mi è sempre piaciuta è che la narrativa ce l’hanno tutta, ma tutta, in ordine alfabetico. senza distinguere gli editori, senza distinguere tra edizioni tascabili e hardcover. ma questo ha senso secondo me solo per le librerie grandi grandi. ma non voglio parlare di questo. anche perchè tutti i sistemi per mettere i libri a scaffale sono validi.  volevo parlare di occhi verdi. vi è capitato mai di girarvi per caso, incrociare gli occhi di qualcuno e restare fulminati? stavo al banco informazioni perchè non mi ricordavo il nome dell’autore di un libro che volevo vedere e mentre aspettavo il mio turno ho incrociato occhi verdi.
occhi verdi del tipo Smeraldo,  per essere precisi:  (Pantone) (Hex: #009874) (RGB: 0, 152, 116)
occhi verdi è un ragazzo di circa 16 17 anni, vestito da ragazza. coi leggins, una giacca di jeans e stivaletti. ha i capelli stirati sulle spalle, tanti capelli, una bocca carnosa e bella col lucidalabbra, un’ombra scura al posto dei baffi rasati, e un paio di occhi verde smeraldo che non scorderò.  stava al banco con una sua amica, cercavano libri di studi sociali.  occhi verdi ha la voce finissima, a stento si sentiva quello che diceva, la sua amica è intervenuta per ripetere al commesso del banco: cerchiamo i libri di studi sociali!
occhi verdi cammina guardingo, lo sa che gli sguardi sono tutti su per lui, anzi  no, sono tutti su di lui. parla a bassa voce, cammina senza incorciare nessuno, un passo dopo l’altro a un palmo da terra. per non disturbare. occhi verdi è vestito da ragazza, occhi verdi con la sua voce invisibile, il suo passo leggero, quasi chiede scusa al mondo per il solo fatto di  esistere, di essere com’è.  a napoli quelli che si vestono da donna, o che hanno gli atteggiamenti da donna, li chiamano femminielli. ci sta pure il pastore del presepe, il femminiello.  ogni posto ha una parola che quelli come occhi verdi. chi sa se occhi verdi ha dei genitori che lo difendono dal mondo, chi lo sa se a scuola lo lasciano in pace, chi lo sa se piange di notte. occhi verdi è un ragazzo vestito da ragazza, con gli occhi dolci. io avrei voluto abbracciarlo forte forte e dirgli dai, un passo alla volta, o non dirgli niente. abbracciarlo e basta.  mentre pensavo queste cose occhi verdi deve essersi accorto di me e mi ha sorriso.
poi hanno chiamato il mio treno per milano e me ne sono andata. ma i miei pensieri no l’hanno lasciato solo.

15 marzo 2012

Il treno dell’unità d’italia

domani parto, prendo un treno, il treno dell’unità d’italia, così ha detto mamma.  un treno lungo lungo. c’è pure la canzone, se volete ve la canto:
ecco il treeeeno, lungo lungo, che percorre la città! lo vedeeeete lo sentite, ecco il treno eccòlo qua! è arrivaaaato allà stazione, si pulisce e se ne va!

eccarina vè?

vabbè, ho fatto il biglietto, 100 euro di biglietto di treno. ho pochi soldi e poco tempo. ma se ho imparato una cosa in questi due anni di vuoto di vita della cittadina giocattolo è che, duepunti, la cosa più preziosa che abbiamo, è il nostro tempo. io non voglio stare 9 ore in treno, ce ne voglio mettere circa la metà, arrivare decentemente senza la fatica e e il senso di sporco da treno.  se mi fossi organizzata meglio e prima, pigliavo l’aereo. devo diventare più brava, ora sono solo  professionista dell’ultimo momento. devo passare al livello successivo.
il treno dell’unità d’italia, ha detto mamma. un treno che fa tutto un giro lungo, all’andata vado spedita, al ritorno invece mi devo fermare in tutte le città.  il treno degli emigranti, il treno di quelli che vanno al nord a curarsi (ci sono sempre quelli che vanno a passare una visita in un ospedale del nord) il treno dei nonni che salgono o scendono dai nipoti, il treno di queli che hanno l’ipad o il kindle e tu pensi chisà che bel libro stanno leggendo, e quelli invece giocano a solitario o vedono le foto sozze, il treno del finesettimana di quelli che fanno turismo sessuale dalle zite o ziti a distanza, il treno degli uomini pendolari che lavorano e vivono 5 giorni in una città e il finesettimana vanno dalla famiglia, li riconosci dalle buste firmate coi regali per i figli. più sò grandi e più è grande il senso di colpa.
stamattina sono andata a comprarmi i panini per il viaggio. pane filadelfia e finocchiona. il mio panino preferito. poi pure il succo alla pera e la bottiglina d’acqua.  papà è uscito e quand’è tornato mi ha detto che mi dovevo portare pure due taralli se mi brucia lo stomaco. e io ho detto, va bene.  da quando sono diventata grande ho capito che ci sono delle cose dei genitori a cui devi dire va bene, e non devi discutere. che, ci sono arrivata tardi, ma ho capito che a un certo punto ai genitori gli devi dare la possibilità di prendersi cura. e poi, metti che veramente mi viene il bruciore di stomaco? magari 2 tarallini sò utili.
e mi porto un libro solo.

3 marzo 2012

We are waiting for you, giorno 32

il diario dei giorni disoccupati
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Anzi, sarebbe qualcosa di rivoluzionario.. e non te ne pentiresti..

carò diario, così mi ha scritto un amico mio che non ho (ancora) conosciuto.
mò spiego. allora, ho finalmente lasciato la cittadina giocattolo. se ti dico che non ho provato niente mi credi? tutti che mi dicevano: ti sei commosa? no. ma ti dispiace? no. cioè, non dicevo no secco, ci giravo intorno, ma la verità caro diario è che non ne potevo più. appena sono salita sul treno mi sono sentita leggera e il cervello mi è ripartito. ho iniziato subito a fare piani e progetti roma napoli milano torino bolgna e estero. questo il piano giri futuri. e ero felice. poi lo so che tra un mesetto, quando tutto si sarà sedimentato riuscirò a dire, a dirmi quanto di bello mi porto dietro dalla cittadina giocattolo. ma adesso no. poi.
l’idea era tornare giù a casa per qualche giorno e poi ripartire subito che ci sono i festivàl di libri, le cose dei libri, dei corsi di formazione che voglio fare, gli amici da rivedere eccetera. ma io però, caro diario, mentre stavo sul treno me lo sentivo, me lo sentivo che appena messo piede a napoli, appena dal treno avrei iniziato a riconoscere le cose, appena il paesaggio mi si faceva amico…io avrei iniziato a pensare a casa. tornare a vivere a casa, un gesto rivoluzionario, come dice il mio amico della frase più sopra.
e infatti. nel viaggio in macchina con gli antenati (che sono mamma e papà caro diario e utente che mi leggi da poco e ancora non conosci tutta la mia fenomenologia), nel viaggio in macchina abbiamo parlato di casa, del paese, delle cose che succedono, di quel locale che è tornato sfitto….e della casetta in cui sono cresciuta (link al post, si può pure ascoltare con la mia voce) che pure lei, caro diario, è tornata sfitta, e io mi si è sciolto il cuore al pensiero dell’albero di arance e le scalette di granito. mentre tornavamo a casa era il tramonto e c’era pure ancora quel sole caldo che mi scaldava dentro la macchina. e i colori erano belli pure se passavamo  per quella strada brutta dove ci sono le cose della camorra e c’è lo sgarrupo che impera. non fatemi spiegare sgarrupo per favore.
io lo sapevo caro diario. il sud è così. arrivi piena di buoni propositi e progetti e poi ti frega, con quella dolcezza. nonostante lo sgarrupo, chi ci è nato poi ci vede la dolcezza e la sente pure. e resti fregato. caro diario io non ho potuto dormire stanotte. io lo sapevo che non ci dovevo tornare qua. dovevo fermarmi a roma e tornare a casa solo per le feste comandate. caro diario io lo devo risolvere questo conflitto, io mi devo decidere. che fare? vado in giro e mi piace starci, milano, per esempio. come mi è piaciuta milano caro diario tu non lo sai. e pure avere quesi miei amici intorno e pure tutte le cose belle che ti arrivano agratis, a milano. come mi sono piaciute. e roma…caro diario…roma in primavera…ne volgiamo parlare? sì certo viverci è un casino a roma, lo dicono tutti. ma sei sempre a roma, e pure a roma nonostante le difficoltà le cose ti arrivano a gratis. e poi estero. dice vuoi venire a estero? parliamo? sì che parliamo. certo, mettiamo tutto sulla tavola e parliamo. che l’occasione è grossa. e lo so bene. ma poi sto qua e stamattina sono uscita presto e ho fatto le cose di paese del sabato, il caffè al bar, uh stai qua adesso! e le ciacchiere in piazza, i racconti, il giornale e gl’incontri. e mi sono sentita un momento serena, che era tanto che non. dice che ora sono troppo emotiva. così dice mio padre. arrivo da due anni di vuoto di sentimenti, due anni di lavoro matto e disperato senza sorrisi. due anni grigi e adesso, dice papà, tutto ti pare un arcobaleno. aspetta un momento. riprenditi le tue cose e ritrova l’equilibrio. poi decidi.
non lo so caro diario. io finchè non la risolvo sta guerra io non posso prendere decisioni.  vorrei che gli eventi decidessero per me. tipo che mi prendessero per uno di quei cv che ho mandato. così non se ne parla più. che anche questa non è mica una cosa saggia. bisogna dare una spinta agli eventi, soprattutto alle cose importanti. o no? non lo so caro diario. decidi tu.

28 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 28

Filed under: arravoglio,cercolavoro,cheffaccio?,ciao,diario,libri — viadellaviola @ 22:35

il diario dei giorni disoccupati
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Caro diario dei giorni disoccupati, sono successe un sacco di cose, ora te le racconto. ho finito il trasloco, le mie cose giacciono inscatolate in garage (spero) a casa mia giù. credevo di avere poche cose e invece ho riempito un ducato. solo per svuotare i cassetti della cucina non te lo dico caro diario quanto ho penato. solo per farti rendere conto caro diario, io ho un cassetto solo per gli attrezzi per i dolci, un cassetto solo per le ciotole e le bastardelle e le teglie sempre per i dolci, altri cassetti con gli attrezzi e le stoviglie per le cose salate e un pensile per le farinE, esso solo. ti sei fatto un’idea? eh. di più. che poi sto fatto di dividere le stoviglie per cose dolci e cose salate poi un giorno ci faccio un post, appena riavrò un indirizzo, pure temporaneo, riapriamo la rubrica: a tavola con viola. che ce n’è di bisogno secondo me, c’è troppa confusione culinaria in giro. tutti si alzano la mattina e si mettono a fare gli chef con le ricette della parodi…
poi volevo parlare di lavoro. e finalmente dirai tu. no caro diario, pure se non ti ho scritto non ti credere che non ti ho pensato. io ho ricominciato a soffrire il sonno per colpa tua. apparte che da quando non più un indirizzo, la mattina mi sveglio e non so dove mi trovo e mi agito, poi ho tutte le mie cose dentro una valigia minuscola e oggi ho comprato un libro spessone
però nell’edizione economica che c’è il 25% di sconto. e nella valigia non ci sta. è un librone, non solo nel senso dello spessore eh. ah lo sai caro diario che nella mia lingua di paese si dice doppio per dire spesso? spesso nel senso di grosso, non nel senso di frequenza. però mi sa che con i libri non si usa dire doppio nel senso di spesso. va bene caro diario, non divago, non ti arrabbiare. allora parliamo di lavoro. aggiornamenti rilevanti non ce ne stanno anche perchè sto ancora finendo i fatti di cambio casa, appena li ho finiti mi metto sui treni. a breve risiederò abbastanza stabilmente sulla tratta napoli roma firenze (ma solo per rivedere le mie amihe e parlare di maschi e limoni  in santo spirito, che quando una sta in giro per le città qualche limone come se non ci fosse un domani ci scappa) bologna milano torino.  risiederò in trenitalia, così poi in qualsiasi città andrò a finire mi sembrerà di sicuro il paradiso. e che faccio mò? mando cv. e ogni volta, prima di mandarlo lo rileggo e ci scopro gli errori, le cose di sbaglio e mi agito perchè vuol dire che chi leggerà i cv inviati prima ci troverà gli errori e mi riderà. poi ogni volta che rileggo il cv ci aggiungo delle cose, che io mica solo la libraia ho fatto. si certo soprattutto ma non solo. che uno si fissa sulle cose. bisogna smetterla di fissarsi. agilità ci vuole. agilità e sveltezza del pensiero. poi la foto. quando in libreria ero io a selezionare i cv, mi ricordavo bene solo quelli che avevano la foto. e no di quelli che avevano esperienza. certo, quasi sempre le foto erano allucinanti. me le sogno ancora. una volta caro diario, una tizia ci ha lasciato un cv con un disegno di un completino intimo accanto al nome e cognome. io e le mie ex colleghe ancora ci stiamo ponendo delle domande. alla fine ho deciso di metterci la foto, dice che cv con la foto hanno più speranze. che poi, sono andata nell’internet e pure per le foto ci vuole tutta una scienza…  senti che ho fatto caro diario: prima di scattare mi sono truccata pochino, mi sono pure sistemata i capelli e le unghie, che dici vabbè che ci azzeccano le unghie? ahéi caro diario, le unghie fatte sono uno state of mind! migliorano il tuo standing, ti rendono più up to date…ma che ne vuoi sapere tu caro diario che ti pensavi bastasse essere garbato e con un poco di esperienza… essì perchè mò negli annunci chiedono: buono standing, che io per non sapere nè leggere e nè scrivere mi credevo di avercelo sto standing. mi credevo che era averci una buona postura, l’aplòmb! che io ho fatto danza caro diario, e invece per fortuna che nella vita esistono i dubbi, così sono andata nell’internet e ci ho chiuesto a gugol che vuol dire di preciso buono standing e quello, ovviamente come primo risultato mi ha dato ecchettelodicoaffare: la domanda di yahoo anzuerz che ci salva sempre la vita. poi altri fatti caro diario, ma li conto un’altra volta senò il post è troppo lungo. cià.

nota: ah ma la foto delle unghie…non mi dire caro diario che ti sei pensato che quelle sono le unghie mie…non ti facevo così fesso ià!

20 febbraio 2012

Giocare a radio 34: Porte Aperte

Filed under: cheffaccio?,ciao,davide enia,diario,foto,giocare a radio,libri — viadellaviola @ 17:16

Caro diario, una delle cose belle dei giorni disoccupati è che ho il tempo per fare tutte quelle belle cose che avevo un po’ interrotto… tra cui i miei racconti alla radio. Ho ripreso a giocare a radio con Flatlandia, il programma di libri di Radio Onda d’Urto. Il mio raccontino di oggi s’intitola: Porte Aperte.

nel racconto di oggi si parla di questo libro qui:

Così in Terra di Davide Enia
ancora?  essì, un altro po’…quando ho scritto il raccontino per la radio lo stavo leggendo e quando leggi un libro di meraviglia ogni scusa è buona per parlarne.  vorresti abbracciare l’autore, vorresti abbracciare i personaggi e non lo puoi fare e allora ne parli in continuazione.
e così è finito nel racconto.

e poi si parla anche di questa foto:

IN QUESTA LIBRERIA NON SI VENDE IL LIBRO DI BRUNO VESPA

questa foto gira da parecchio, è (lo è ancora? non lo so) attaccata alla vetrina della libreria Aleph di Milano. Dopo la pubblicazione della foto è partito il putiferio…qui il racconto di Giuliana Dea -autrice dello scatto-

molte librerie hanno seguito l’esempio.

La foto, anzi LE foto, che sotto natale si sono moltiplicate… mi hanno dato molto da riflettere. la collocazione dei vari brunovespa, fabiovoli ecc è sempre stato argomento di discussione in libreria. quando ho iniziato a lavorare avrei messo anch’io volentieri quel foglio. ora no. ci ho riflettuto bene e no, non lo metterei.

ora, posto che a casa propria ognuno fa come gli pare, posto che ogni libreria ha una storia, posto che mettere un cartello del genere a Milano è cosa diversa che farlo nella libreria di un piccolo centro, vi racconto cosa penso io, buon ascolto!

Di che stiamo parlando: c’è una programma di Radio Onda d’Urto che si chiama:  Flatlandia, Questo Libro ti Salverà la Vita.
va in onda dalle 12, 30 alle 14 tutti i lunedì e si può ascoltare in streaming  qui,
qui, per ascoltare i miei vecchi file. (prima c’era il player di divshare…ma ora è scomparso e c’è un link lungo lungo, cliccatelo e troverete il player. scusate, piano piano rimetto i nuovi player…  ma se andate a questo link qui troverete i vecchi post nel sito della radio con un agile playerino)

18 febbraio 2012

We are waiting for you, giorni 14, 15, 16, 17 e facciamo pure 18 vah…

Filed under: capatosta,cercolavoro,cheffaccio?,diario,scostumatezze — viadellaviola @ 16:48

il diario dei giorni disoccupati
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Caro diario,  è ormai evidente che non riesco a scriverti tutti i giorni, e direi menomale. sto facendo un sacco di cose, tengo che fare, come dicono gli amici della crusca. ma almeno quando ritorno a scriverti ho qualcosa da raccontare.

allora, la prima cosa che voglio raccontare è che sono stata in ben 3 centri per l’impiego. stesse scene in tutt’e tre.

arrivo la mattina presto, ‘chè da brava disoccupata mi alzo presto, anzi prestissimo la mattina e vado negli uffici. arrivo, prendo il numeretto  e aspetto. nella borsa ho sempre  ogni tipo di documento dalla tessera sanitaria al diploma delle elementari, e poi 2, 3 versioni del cv, decido sempre all’ultimo momento quale consegnare. quella specifica, quella generica, quella entusiasta…   in fila con me ci sono le badanti o aspiranti tali, sempre dall’est europa, ultimamente va assai di moda la Georgia. io voglio molto bene alle badanti georgiane. venivano in libreria a cercare il vocabolario italiano georgiano che purtroppo non esiste. c’è un prete che è stato in Georgia, ha fatto una specie di frasario italiano georgiano ma non si trova in commercio. io una volta gli ho pure telefonato, in Georgia, ma niente. non riuscii ad averlo. alla fine prendono il dizionario russo italiano e giustamente s’incazzano perchè della russia non ne vogliono sapere più niente. insieme alle badanti ci sono i ragazzi dell’africa, altissimi, bellissimi che sanno già come andrà a finire. in toscana finiranno nelle concerie a prendersi una malattia alle vie respiratorie e in campania a raccogliere i pomodori con la camorra. ho fatto amicizia con Louis del Burkina Faso, nella borsa aveva una bibbia in francese, un curriculum stampato in 3 lingue e la settimana enigmistica di qualche mese fa. ci siamo conosciuti così: sono 2 in città. t, gli ho risposto.

mi hanno chiamata a fare il colloquio, mi hanno chiesto la mia storia, mi pareva di essere dal prete o dallo psicologo.   una delle signore che stava a sentirmi quando ha saputo che mi sono licenziata se n’è uscita con: ah! una libreria! e dove stavi? e che facevi? ah! e ti pagavano? dammi l’indirizzo che ci mando mia figlia, è brava sai, ha fatto lettere!

la volevo uccidere.

un’altra si è appassionata alla mia storia, poi a un certo punto si è fermata, m’ha guardara, ha fatto due più due e ha detto: ma tu sei viadellaviola!

ciao sonia :) fammi sapere se ti è piaciuto Murakami…

un altro, un altro di questi tizi che ti fanno i colloqui per “far incrociare la domanda e l’offerta” quando ha saputo che mi sono licenziata mi ha detto prima che sono stata scema e poi mi ha fatto un corso accelerato su  “terie e tecniche per fottere i datori di lavoro“. tranne Sonia (ciao Sonia!) che anzi mi ha incoraggiata abbiamo parlato di investire sul futuro, di aprire la mia libreria (se se…), in tutti e 3 gli uffici in cui sono stata, mi hanno detto le stesse cose, in modo velato ma mi hanno tutti fatto l’elenco delle mascalzonerie lavorative che avrei potuto fare per fottere i miei datori di lavoro.  se avessi voluto quel tipo di consiglio sarei andata da un malavitoso o un avvocato.

io lo sapevo che sarebbe stato inutile andare in quegli uffici, ci sono andata per scrupolo, ci sono andata per non peccare di presunzione, ci sono andata perché sono disoccupata e non lo so mica se riuscirò a trovarla una libreria. ma ci sono andata perchè speravo, pensavo, credevo, che qualcuno mi avrebbe dato dei consigli, non certo un lavoro. dei consigli per trovarlo, non per perderlo meglio.

poi caro diario sono successe altre cose, ma sono troppo arrabbiata, e quando uno è arrabbiato è meglio che sta un po’ zitto.

14 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 11, 12 e 13

il diario dei giorni disoccupati
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caro diario sono 3 giorni che non mi confesso, ehm no, quella è un’altra cosa. ricominciamo. caro diario sono 3 giorni che non ti scrivo. è che qui si sono susseguiti gli eventi, sai caro diario la rutilante vita della cittadina giocattolo mi ha fatto preda,  vedogentefacciocose… no vabbè, la smetto che tanto non  mi crede nessuno. niente. non ho scritto perchè non mi andava di riempire i post delle solite ultime riflessioni sui libri, la lettura, le librerie eccetera. senò uno s’annoia a leggermi e io di noia al momento ne vedo già troppa e non voglio moltiplicarla. ma qualcosa ho fatto. sono andata al cinema a vedere hugo cabret. non ci volevo andare perchè quel libro per me ha tutto un significato. gli ho voluto molto bene a quel libro e non volevo vederlo martoriato al cinema. solo che stavo uscendo pazza dentro casa per la febbre e avevo bisogno di uscire e al cinema c’era solo quello e sò andata. c’eravamo io, le mamme e i papà coi bambini. mentre aspettavo mi sono seduta a leggere, poi però ho smesso per guardare un poco di televisione. la televisione era tutta la gente che mi stava di fronte. e io la guardavo. i genitori compravano ai figli taniche di popcorn e tini di cocacola. i figli oi facevano i rutti. le mamme parlavano al telefono con l’amica e si davano appuntamento per dopo al bar a bere la cioccolata per parlare del “piano shopping tutto al 70%” (true story). i padri con l’auricolare seguivano le partite sull’aifòn. i figli facevano sempre i rutti e i normanni bevevan calvadòs. no, scusa caro diario ho sbagliato citazione .  e mentre guardavo questa televisione moderna mi sono ricordata di quando una volta, una volta sola, sono andata al cinema cò papà. e la storia fa così: ero bambina, scuole elementari, al paese vicino al mio,  14 minuti di macchina, c’era il cinema e si andava là. i film per bambini li davano solo la domenica mattina, i pomeriggi e la sera solo film da grandi. io andavo coi miei sempre i pomeriggi e le sere però quella volta mi ero fissata perchè avevo visto la pubblicità per televisione di questi gatti che suonavano il jazz e mi ero impazzita che volevo andare. e così il sabato sera in pizzeria io mamma papà e mia sorella, mamma disse: domani papà ti porta al cinema. io e papà ci guardammo e non dicemmo niente. continuammo a mangiare. mia sorella sorrise mi pare. mamma mi portava a scuola, mamma mi veniva a riprendere a casa di nonno. mamma mi portava a danza e a scuola di musica. mamma mi portava a comprare le cose che mi servivano, mi veniva a prendere a casa delle amichette o nel vicolo o in piazza se giocavamo all’aperto. mamma mi chiedeva che hai fatto a scuola, mamma si accorgeva se avevo la febbre guardandomi la facciafaccia “questa faccia non è sincera” diceva, voleva dire che avevo la febbre. poi mi metteva la mano sulla fronte, poi ci metteva le labbra, mi dava un bacio e sentenziava la temperatura. mamma mi faceva l’aranciata.  mamma rispondeva alle mie domande. mamma diceva mettiti la giacca quando esci. mamma prendeva l’iniziativa di occuparsi di me.  e pure per le mie amichette era così. era la mamma che pensava a noi. o almeno così credevamo. i padri stavano lì, vedevano la partita, e poi prendevano il telecomando e mettevano sul primo la sera alle 8 mentre tu ti stavi guardando i puffi. ci chiedevano di prendere il formaggio nel frigo la sera a cena, di andare all’edicola a comprare il giornale, ci prendevano la mano per attraversare la strada pure se non passavano le macchine, ci portavano a napoli all’Edenlandia per il compleanno, andavano in farmacia a comprare il vics vaporub se avevamo il naso chiuso, ma glielo diceva mamma, non la prendevano l’iniziativa. e quel sabato sera mamma prese un’altra iniziativa, domani ti porta papà al cinema. pensai che lei non ne avesse voglia, no, anzi no, non provai a spiegarmelo. sentii solo che era strano. e non dormii tutta la notte per l’emozione. speravo che il film fosse bello, era un cartone ma mi avevano detto che c’era la musica. a papà ci piace la musica, speriamo che non si annoia. la mattina dopo mi alzai prestissimo, non lo facevo mai la domenica, mi lavai i capelli e misi una mollettina bianca con un fiocchetto che mi ero fatta da sola. mi misi il cappotto blu elegante, le scare lucide e il lucidalabbra di mia sorella. di nascosto.  sei pronta? si. ma sei sicura che è un film da bambini? eh si, poi è domenica mattina! ah già. in macchina non dicemmo nemmeno una parola, ma cantavamo (io cantavo) le canzoni di luis miguel. papà lo odiava, ma mi rigirava sempre la cassetta quando finiva il lato. arrivati al cinema parcheggiammo e papà disse aspetta a scendere che ci stanno le macchine. io non aspettai ma però guardai prima di aprire lo sportello. e che ti ha detto mò papà! ? non ubbidisci mai. poi mi prese la mano e attraversammo la strada.  mi disse aspetta qua che prendo i biglietti. io ero tropo più bassa del banco rialzato della signora dei biglietti, senò papà mi avrebbe detto: ti do i soldi prendili tu i biglietti, un ridotto e un non. ci faceva fare le cose dei grandi, papà. alla pizzeria il sabato sera ci faceva ordinare a noi, a me e mia sorella che oi litigavamo per chi doveva dire 4 margherite di cui due piccole e di cui una con le olive (la mia),  acqua naturale non gassata e una fanta. la fanta era per me.  comprati i biglietti entrammo subito in sala. non c’era il popcorn o la cocacola. al cinema solo il cinema c’era. poi arrivarono gli anni ’90 e pure in quel cinema piccolo arrivò l’america e le patatine sancarlo.
aprendo il sipario di velluto per entrare nella sala mi ricordo un chiasso esagerato di creature urlanti e genitori. papà mi voglio sedere d’avanti. papà mi guardò, stette zitto 3 secondi poi disse: va bene, dove vuoi tu, il cinema è tuo. così disse. ci sedemmo, papà si tolse il cappotto. e io pure allora. papà si mise comodo con le mani sulla pancia e le gambe un poco allungate. e io pure allora. solo che io ero bassa e non mi potevo allungare più di tanto. ma stai comoda a’papà? comodissima. poi si spense la luce,  la sala  si fece zitta e iniziò il cinema. solo che apparve subito una scritta che diceva. gli aristocratici e papà si girò e disse: lo vedi che è un film da grandi? andiamocene che poi ti scocci. e mentre mi stava per scattare un pianto definitivo accadde quello che tutti sappiamo perchè tutti abbiamo visto gli aristogatti. elllovédi che ciò raggione?! è un film da piccoli!  va bene ma mò siediti però che senò da dietro ci sgridano. il film fu bellissimo, e poi tutti quanti volevamo fare il jezz, alleluiaaaa, chevvelodicoaffare. poi il cinema finì, t’è piaciuto a’papà? si assai e a te? e si pure a me.  ci rimettemmo il cappotto, seguimmo la fila di gente che usciva, uscimmo fuori sul marciappiede, papà mi prese la mano, andammo verso la macchina. papà mise in moto e iniziammo a cantare insieme, e la radio era spenta.

11 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 10

il diario dei giorni disoccupati
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Caro diario, la febbre forse mi è passata, diciamo che non è successo niente di particolare, e perciò vorrei riprendere un discorso di  qualche post più sotto che avevo lasciato a mezzo: il discorso dei libri da femmina e scritti dalle femmine che io al momento mi rifiuto di leggere.
forse ho liquidato la faccenda con troppa leggerezza. mo spiego bene. la cosa nasce da lontano. dalla libreria ovviamente. esiste tutto un genere di libri con storie di donne maltrattate, picchiate, violentate, menate dal marito, quei libri di donne forti che  nonostante le avversità e la sfiga poi riescono a salvarsi. ed esiste un pubblico, folto, e aiutatemi a dire folto, che questi libri li cerca, e legge solo quelli. arrivano al banco dicendo: dove ce l’hai i libri sulle donne?  e ora chiedetevi: esiste lo scaffale dei libri sugli uomini? no. bravi.
questi libri sulle donne sono scritti sia da donne che da uomini, anzi la maggior parte sono scritti da uomini. la cosa che mi turba profondamente è il fiume di donne che veniva a chiedermeli, perchè mai una donna dovrebbe chiedere libri di donne maltrattate menate violentate bruciate nell’acido? ma anche meno sfigate eh, era sufficiente una vicissitudine matrimoniale, tipo lui che la trascura, lei si fa l’amante, lui capisce che l’ha trascurata e poi alla fine si amano, ma intanto lei è incinta di quell’altro. perchè mai li chiedevano? per interesse sulla condizione della donna in medioriente o nell’era moderna? no davvero. fidatevi non è quello. e non voglio nemmeno provare a fare un’analisi dei perchè una persona sia spinta a leggere robe del genere, che poi se provi a proporre un saggio sull’argomento mica se lo comprano…. e magari alcuni sono pure  scritti benissimo eh, chi lo nega. ma non è questo il punto.
il punto è che il fatto che l’argomento donna e tutte le sue sfighe sia un genere mi turba e mi fa stare sull’attenti. gli editori puntano molto su questo quando il libro che mettono sul mercato ha per protagonista una donna, donna che in cinque secondi diventa un’eroina, la sua vita si trasforma in un’epopea e il racconto dei suoi sentimenti dovrebbe portarti a struggimento. certo, non tutti i libri di donne e sulle donne sono così. ovvio.  ma è sempre più difficile riconoscerli, per me almeno.  come libraia prima e come lettrice poi, mi sento in trappola, certo volte mi sentivo soffocare quando mi arrivavano le schede delle novità da scegliere e l’editore sapeva solo dirmi che il libro parlava di una donna, del coraggio di questa donna, della scrittura romantica eccetera eccetera.
e magari mi perdevo un capolavoro della letteratura certo, ma mentre leggevo la scheda mi venivano le bolle.

mi chiedo quanto mi sono persa per questa mia chiamiamola ritrosia nei confronti di certi libri.  un libro su una donna e di una donna che mi è piaciuto tantissimo è La Monaca di Simonetta Agnello Hornby. la vita della protagonista è stata davvero un’epopea, lei è stata davvero un’eroina e i suoi sentimenti, il racconto dei suoi pensieri in quel libro è stato reso in modo perfetto dalla scrittrice. mi sembrava che quel libro prendesse sul serio quello che stava accadendo alla protagonista. io credevo a quello che leggevo, non c’era ammiccamento, non c’era nessun occhiolino da parte dell’editore. vedi anche la copertina… ci avete fatto caso si o no che quando il libro è destinato alle donne (che poi a me questa cosa che i libri siano destinati mi fa incazzare…) c’è sempre un’immagine romantica? un viso, una scarpa, un fiore, una tazza…dai su, tutto quell’immaginario da cioccolata calda, cuscinoni, coperta e temporale fuori… quei libri che: indagano l’animo femminile… ci siamo capiti.
il libro della Hornby invece è un libro vero. e infatti, grazie anche alla copertina asessuata non ho avuto nessuna difficoltà a proporlo anche agli uomini.
certo, a volte accade anche che la copertina sia ammiccante, cioccolata cuscinoni eccetera… e invece il testo non c’entra niente, è davvero un libro a cui si può credere epperò per colpa della copertina non riesci a proporlo ai maschi.  e quindi il mercato è una ragione.
un’altra ragione sono io. io ho il problema che mi immedesimo. esempio estremo: nel libro che sto leggendo ora ci sono un po’ di pagine in cui si parla di soldati, della campagna d’africa e di prostitute bambine. 3 prostitute bambine per un battaglione intero, di soldati in fila, in attesa del turno. con tutto quello che ne consegue.
dopo aver letto quelle pagine, tra l’altro tutto s’intuiva, non c’era nessuna frase esplicita sulle violenze, ho dovuto lasciare il libro per un giorno intero. io ho smesso di leggere perché mi sono sentita male, forse così è più chiaro… ed è sempre così. io poi mi sento male.  poi ho ripreso il libro e per fortuna, almeno per ora, non ci sono donne, ma solo uomini che tirano cazzotti. sto tranquilla, non mi può succedere niente.
io non mi voglio immedesimare. io voglio assistere. voglio farmi portare in altri posti, non dentro me stessa, perciò leggo poche storie di donne. a ravanare nella mia psiche ci penso da sola.  (magari le altre donne sanno essere più distaccate, io no chedevofà?!) non voglio che mi arrivi il pensiero: e se fosse successo a me? cosa avrei fatto detto pensato?  no. ma poi, forse ha detto bene ipofrigio in un commento, in questo momento, i libri sulle donne non mi parlano.
io voglio solo che qualcuno mi racconti una storia, bella o brutta non importa, ma io voglio solo ascoltare.
spero di essermi spiegata.

nota: girellando in cerca di immagini, è venuto fuori questo link della Biblioteca di Scienze della Storia e della Documentazione storica sulle donne. maveditù.

10 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 9

il diario dei giorni disoccupati
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caro diario, siccome che ho la febbre sto un poco stordita. tra una cosa e l’altra faccio un sacco di pisolini e ieri sera non riuscivo ad addormentarmi, ero sveglissima e mi giravo e rigiravo e e non capivo cos’era tutta quella agitazione che non mi addormentava l’anima, poi invece mi sono ricordata che era colpa della febbre, che quando hai la febbre ti fai un sacco di pisolini e quindi sei giustificata se non dormi la notte. e quindi appena mi sono spiegata il fatto, mi sono rasserenata e mi sono subito addormentata. maveditù.
poi sempre ieri sera faceva pure freddissimo e in camera c’era freddo e così ho deciso di dormire sul divano in soggiorno e solo che in soggiorno c’ero stata un sacco di ore e mi annoiava il pensiero di doverci anche dormire, così per dare una svolta alla giornata ho deciso di andare a dormire nel luogo preposto al sonno notturno, e cioè, il letto. il luogo preposto al sonno diurno invece è, il divano. bravi. poi sempre ieri (questo è il diario di ieri) mi ha chiamato una mia amica e ci siamo messe a parlare di lavoro, il mio, e lei mi ha chiesto un po’ di fatti, cosa stavo facendo, a chi ho mandato il cv, cosa spero di riuscire a fare eccetera. e poi mi ha fatto quella domanda, quella che se me la fai è meglio se non me la fai. eh, stai avvertito. m’ha chiesto: e poni che non ti chiama nessuno per lavorare in libreria,  che pensi di fare? marò. ma sono domande queste? come quelli che si sono appena laureati in scienze della comunicazione gli chiedi e mò? progetti per il futuro? e quelli ti risponedono: vado a fare l’erasmus…e poi all’improvviso realizzano…pure che hanno sbagliato tutto nella vita e si mettono a piangere vergognandosi tantissimo…
mi ha messo lo sconforto nel cuore. cioè, davvero, non ci ho pensato. cioè, fino a ieri non ci avevo pensato davvero. e così, solasola, mi sono messa sul cuscinone rosso vicino al termosifone con carta e penna e hofatto una lista di lavori (assurdi) possibili.  eccovela:

la cambusiera: quella che sta sulla barca a vela (che fa il giro del mediterraneo) e si occupa di tutto tranne che di guidarla, la barca. tipo fa la spesa, cucina, e fa fare i compiti ai figli dei proprietari della barca a vela, vabbè poi se serve pulisce anche, ma soprattutto fa la regina della cambusa.  e poi con tutto quel nuotare, tutto quel sole mi verrebbe un sedere che perlamiseria e un abbronzatura a cioccolata senza se e senza ma. e poi starei tutto il giorno scalza e prenderei tutto quel vento in faccia che è meglio se smetto di scriverne vah.
ah, e poi farei un sacco di post fighissimi dalla barca.

l’assistente pasticcIera vabè questa è facile da capire, non serve che spiego.  però farei l’assistente tipo in sicilia o in piemonte, che se la battono  a cazzotti per il podio di must pasticceri nel mondo, ma il vincitore ancora non è stato proclamato. e poi farei un sacco di post fighissimi coi dolcetti, altro che giallozafferano. epperò con tutti quei dolcetti mi verrebbe il culo grosso.  vabè nel mondo della pasticceria se sei troppo secca nessuno ti prende sul serio. (dicono)

e poi ho scritto anche altre cose ma sono lavori che poi non mi farebbero scrivere dei post fighissimi e quindi niente. mi sa che non li prendo in considerazione.  poi basta caro diario. sto ancora nella cittadina giocattolo, e ho pure la febbre, già è assai tutta questa attività, no?
ah no, caro diario hai ragione, la cosa più importante non l’ho detta, oggi nessuno mi ha cercata per offrirmi un lavoro. nemmeno uno ridicolo.

9 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 7 e 8

il diario dei giorni disoccupati
e se vuoi saperne di più sul diario vai qui

caro diario sono due giorni che non ti scrivo. ieri e l’altro ieri. l’altro ieri è stato il tuo primo compleanno caro diario, hai fatto una settimana e io nemmeno una candelina ti ho fatto spegnere. facciamo il ricapitolo: una settimana senza lavoro, una settimana in cerca di lavoro. ho mandato un numero decente di cv in posti che ci azzeccavano qualcosa con il mio desiderio di lavoro di libreria. però caro diario, mi devi un po’ spiegare come mai le uniche offerte che mi sono arrivate sono state: 2 call center che mi pareva di parlare con quelle del film tratto dal libro di michela murgia e una società che cercava ingegneri barra geometri(eh? cioè per loro era indifferente…) per una consulenza. cioè, caro diario, come sono arrivati a me? passi il call center che quelli pigliano chiunque a quanto ho capito ma la tizia che cercava ingegneri barra geometri? no scusi, forse si è sbagliata. dove ha preso il mio cv? io la libraia so fare, se serve le posso catalogare l’archivio in ordine alfabetico, per data, per colore anche, per quello che le pare, le posso allestire una bibliotechina per la sala relax della sua società ma io ingegnere barra geometra proprio no. insomma, pare che avesse solo sbagliato numero. però carina l’idea della biblioteca per la sala relax, mi ha detto. true story.
quindi 3 telefonate, varie mail di: interessante il tuo cv, lefaremosapere. passando dal tu al lei senza soluzione di continuità.

vado un sacco nell’internet a vedere i siti delle librerie piccole, quelle indipendnenti che fanno le cose, gli eventi. che s’inventano le cose da pazzi e tutti il mondo pensa bene di loro e io pure perchè resistono nonostante tutto e tutti. e mi chiedo come facciano a pagare l’affitto. poi leggo ovunque che le librerie di catena sono il male.ebbasta.  io ci ho lavorato nelle librerie di catena. e io no, il male non lo ero per niente, anzi.  perchè poi quando buttate la vostra cattiveria di lettori fighi che voi no, solo nelle piccole librerie indipendenti, ricordatevi che gli unici che ci rimettono davvero sono quegli sfigati di librai delle librerie di catena che vi devono sopportare la domenica quando invece di passeggiare avere una vita e volervi bene in giro per il mondo vi rifugiate in libreria, di catena, a fare gli intellettuali di sinistra.  a me questo mi ha sempre fatto arrabbiare. li chiamavo quelli della domenica. quelli che durante la settimana non li vedi mai, poi la domenica ti fanno la grazia di degnarti della loro presenza. e ti chiedono il fuoricataloghissimo,così a sfottere  e t’interrogano per vedere se sai chi ha scritto cosa, e ti chiedono gli adelphi, e ridacchiano perchè pensano che tu non sai di cosa stanno parlando. e ti li chiedono  solo per farli vedere alla ragazza con gli occhialoni che li accompagna, o al nuovo fidanzato esistenzialista col maglioncino a collo alto.  e tu li accompagnavi purespavalda al tuo scaffale adelphi, perchè sì, tu ti era fatta da sola uno scaffalone adelphi contro tutto e contro tutti e pure alla faccia di chi ti vuole male. ah non credevo che in una libreria di catena vi facessero… e io li bloccavo subito.  qua nessuno decide per me, qua decido io cosa quando e quanto. così avrei voluto dire. ma niente. stavo zitta e sorridevo. è una battaglia persa. all’inizio ci tenevo al riconoscimento del mio lavoro. mi importava che il mondo intero pensasse bene di me. poi sono diventata grande nel lavoro, nel senso che sono cresciuta, maturata e ho iniziato a lavorare bene solo per me, nel senso di: lavorare bene e basta.  e i turisti intellettuali della domenica ho iniziato a educarli. e me ne stavo anche ore a scaffale a parlare con loro.  e qualcuno l’ho addirittura conquistato, librariamente parlando.
ma quello che volevo era solo che mi lasciassero lavorare in pace. sono solo una libraia. pensavo.  ma adesso? caro diario, adesso?

poi caro diario ho cucinato tantissimo, ho fatto anche un dolce e un pane buono. e mi sono scritta sulla mia nuovissima agendina verde tutte le ricette che faccio veloci e bene. perchè io solo da disoccupata uso l’agenda. così ovunque sarò nel mondo non sbaglierò mai le dosi per la mia crema chiboust e per mio pane alle erbe.
e poi sto continuando a leggere tantissimo. ora ho quelle 4 o 5 cose aperte tra cui sempre il libro di Davide Enia Così in Terra di cui a un paio di post qui sotto, che è un bellissimo libro scritto in un modo che io vorrei che qualcuno me lo leggesse ad alta voce, libri sulla letture per l’infanzia che sempre m’interessano tanto, le filastrocche di bruno tognolini e ieri sera ho iniziato e finito l’ebook di stefano amato: lapprendista libraio.  che poi ci scrivo perchè tra le altre cose mi ha svelato tutti i segreti della mente di voi maschi. e mi ha messo un’ansia…ma dice un sacco di altre cose sul lavoro, eh, sul lavoro mi ha dato un sacco da pensare…i libri, le femmine viste dai maschi, il sud, le genti del nord del mondo, noi trentenni.

e poi basta, caro diario. non mi è successo altro. ah, ho la febbre.

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