domani è l’ultimo giorno di lavoro. poi chilosà. e quindi mi spetta quel tantinello di anZia, che mi pare anche giustificata in un’era in cui la quale la gente perdono il lavoro senza volerlo o non lo trovano e io invece me lo sperdo così per la via senza rispetto. così mi ha detto una persona. che io non ho rispetto per i tempi che corrono, io lascio un lavoro sicuro e non ho rispetto per i tempi che corrono. io ci volevo dire che proprio perchè ho rispetto per questi tempi che corrono che ho lasciato il lavoro, così ci posso correre appresso, a questi tempi che vanno troppo veloci appunto, e corrono.
ma mi sono messa a scrivere stasera per raccontare un fatto che mi è tornato in mente. stasera stavo a cena da zia che non si capacita di questa mia nuova condizione di limbo e incertezza e mi fa un sacco di domande e mi vorrebbe a cena tutte le sere ma io primo non ciò voglia e secondo devo svuotare il frigorifero e il freezer di tutte le robe che ci stanno dentro prima di andarmene e quindi devo restare a casa per finire di mangiare.
e insomma da zia è venuto fuori un fatto di nonno. di quando ero piccola.
sì, sto per parlare di mio nonno. un amico mio una volta disse che i blog delle femmine sono sempre pieni di gatti, di fatti di ammore incomprensibili e dei nonni. il mio blog solo di mio nonno.
allora prima di dire il fatto vorrei dire un altro fatto ancora. che io quando sono perplessa sulla mia vita, quando sono dubbiosa e ho le ortiche nella testa, io me lo penso spesso mio nonno. perchè mio nonno mi ha cresciuta. mi ha tenuta un sacco di ore a casa sua, perchè i miei lavoravano ma anche quando non lavoravano io da nonno stavo. e stavo bene. io mi ricordo che non avevo i pensieri quando stavo da nonno. invece quando stavo fuori, a scuola, in piazza a giocare, a casa, nel mondo, io avevo i pensieri. invece a casa di nonno, cò nonno io niente. nonno mi faceva la merenda, mi tagliava le foglioline (così dicevo) le foglioline di prosciutto, quello che si affetta a mano che nonno faceva le fettine piccole e sottili per me , le folioline, e poi mi dava il pane buono che faceva lui, nonno faceva il pane di mestiere. sì lo so che pare il quadretto del mulino bianco ma io quest’infanzia ho avuto. senò non si spiegava questo mio modo di essere come se fossi uscita dall’uovo di pasqua. e insomma mio nonno, a casa di nonno non esitevanoi pensieri. la merenda, le foglioline, poi stavamo un sacco vicino al camino. nonno lo sapeva tenere bene il camino, faceva il caldo con pochissima legna e mentre lo governava con gesti piccolissimi e il calore mi teneva un poco cullata, mi raccontava le cose di quando c’era ancora nonna, della guerra, i mericani, la russia e le zuppe di patate mangate di nascosto, il freddo, i cavalli e del tempo lontano. mi chiamava nenna, (con la e stretta, per l’utente del nord). nenna vuol dire nennella, piccola bambina. quando avevo la febbre e stavo a casa, nonno mi telefonava e diceva: nenna? e io: nonno! e lui: nenna tutt’apposto? e io, nonno ciao! che ci fai al telefono? (nonno non voleva mai parlare al telefono) e lui: nenna non mi stai riposondendo! si nonno tutt’apposto. va bene. allora ciao. ciao nonno! e lì io sarei stata al telefono almeno altre mille mezze ore ma nonno attaccava. poi telefonava altre 5 o 6 volte nella giornata e la telefonata era sempre uguale. nenna? uh nonno! nenna tutt’apposto?…
io adesso è come se avessi un poco di febbre. sto qua a casa un po’ in attesa che passi. me però il telefono non suona.