viadellaviola, un blog senza sottoveste

14 febbraio 2012

We are waiting for you, giorno 11, 12 e 13

il diario dei giorni disoccupati
e se vuoi saperne di più sul diario vai qui

caro diario sono 3 giorni che non mi confesso, ehm no, quella è un’altra cosa. ricominciamo. caro diario sono 3 giorni che non ti scrivo. è che qui si sono susseguiti gli eventi, sai caro diario la rutilante vita della cittadina giocattolo mi ha fatto preda,  vedogentefacciocose… no vabbè, la smetto che tanto non  mi crede nessuno. niente. non ho scritto perchè non mi andava di riempire i post delle solite ultime riflessioni sui libri, la lettura, le librerie eccetera. senò uno s’annoia a leggermi e io di noia al momento ne vedo già troppa e non voglio moltiplicarla. ma qualcosa ho fatto. sono andata al cinema a vedere hugo cabret. non ci volevo andare perchè quel libro per me ha tutto un significato. gli ho voluto molto bene a quel libro e non volevo vederlo martoriato al cinema. solo che stavo uscendo pazza dentro casa per la febbre e avevo bisogno di uscire e al cinema c’era solo quello e sò andata. c’eravamo io, le mamme e i papà coi bambini. mentre aspettavo mi sono seduta a leggere, poi però ho smesso per guardare un poco di televisione. la televisione era tutta la gente che mi stava di fronte. e io la guardavo. i genitori compravano ai figli taniche di popcorn e tini di cocacola. i figli oi facevano i rutti. le mamme parlavano al telefono con l’amica e si davano appuntamento per dopo al bar a bere la cioccolata per parlare del “piano shopping tutto al 70%” (true story). i padri con l’auricolare seguivano le partite sull’aifòn. i figli facevano sempre i rutti e i normanni bevevan calvadòs. no, scusa caro diario ho sbagliato citazione .  e mentre guardavo questa televisione moderna mi sono ricordata di quando una volta, una volta sola, sono andata al cinema cò papà. e la storia fa così: ero bambina, scuole elementari, al paese vicino al mio,  14 minuti di macchina, c’era il cinema e si andava là. i film per bambini li davano solo la domenica mattina, i pomeriggi e la sera solo film da grandi. io andavo coi miei sempre i pomeriggi e le sere però quella volta mi ero fissata perchè avevo visto la pubblicità per televisione di questi gatti che suonavano il jazz e mi ero impazzita che volevo andare. e così il sabato sera in pizzeria io mamma papà e mia sorella, mamma disse: domani papà ti porta al cinema. io e papà ci guardammo e non dicemmo niente. continuammo a mangiare. mia sorella sorrise mi pare. mamma mi portava a scuola, mamma mi veniva a riprendere a casa di nonno. mamma mi portava a danza e a scuola di musica. mamma mi portava a comprare le cose che mi servivano, mi veniva a prendere a casa delle amichette o nel vicolo o in piazza se giocavamo all’aperto. mamma mi chiedeva che hai fatto a scuola, mamma si accorgeva se avevo la febbre guardandomi la facciafaccia “questa faccia non è sincera” diceva, voleva dire che avevo la febbre. poi mi metteva la mano sulla fronte, poi ci metteva le labbra, mi dava un bacio e sentenziava la temperatura. mamma mi faceva l’aranciata.  mamma rispondeva alle mie domande. mamma diceva mettiti la giacca quando esci. mamma prendeva l’iniziativa di occuparsi di me.  e pure per le mie amichette era così. era la mamma che pensava a noi. o almeno così credevamo. i padri stavano lì, vedevano la partita, e poi prendevano il telecomando e mettevano sul primo la sera alle 8 mentre tu ti stavi guardando i puffi. ci chiedevano di prendere il formaggio nel frigo la sera a cena, di andare all’edicola a comprare il giornale, ci prendevano la mano per attraversare la strada pure se non passavano le macchine, ci portavano a napoli all’Edenlandia per il compleanno, andavano in farmacia a comprare il vics vaporub se avevamo il naso chiuso, ma glielo diceva mamma, non la prendevano l’iniziativa. e quel sabato sera mamma prese un’altra iniziativa, domani ti porta papà al cinema. pensai che lei non ne avesse voglia, no, anzi no, non provai a spiegarmelo. sentii solo che era strano. e non dormii tutta la notte per l’emozione. speravo che il film fosse bello, era un cartone ma mi avevano detto che c’era la musica. a papà ci piace la musica, speriamo che non si annoia. la mattina dopo mi alzai prestissimo, non lo facevo mai la domenica, mi lavai i capelli e misi una mollettina bianca con un fiocchetto che mi ero fatta da sola. mi misi il cappotto blu elegante, le scare lucide e il lucidalabbra di mia sorella. di nascosto.  sei pronta? si. ma sei sicura che è un film da bambini? eh si, poi è domenica mattina! ah già. in macchina non dicemmo nemmeno una parola, ma cantavamo (io cantavo) le canzoni di luis miguel. papà lo odiava, ma mi rigirava sempre la cassetta quando finiva il lato. arrivati al cinema parcheggiammo e papà disse aspetta a scendere che ci stanno le macchine. io non aspettai ma però guardai prima di aprire lo sportello. e che ti ha detto mò papà! ? non ubbidisci mai. poi mi prese la mano e attraversammo la strada.  mi disse aspetta qua che prendo i biglietti. io ero tropo più bassa del banco rialzato della signora dei biglietti, senò papà mi avrebbe detto: ti do i soldi prendili tu i biglietti, un ridotto e un non. ci faceva fare le cose dei grandi, papà. alla pizzeria il sabato sera ci faceva ordinare a noi, a me e mia sorella che oi litigavamo per chi doveva dire 4 margherite di cui due piccole e di cui una con le olive (la mia),  acqua naturale non gassata e una fanta. la fanta era per me.  comprati i biglietti entrammo subito in sala. non c’era il popcorn o la cocacola. al cinema solo il cinema c’era. poi arrivarono gli anni ’90 e pure in quel cinema piccolo arrivò l’america e le patatine sancarlo.
aprendo il sipario di velluto per entrare nella sala mi ricordo un chiasso esagerato di creature urlanti e genitori. papà mi voglio sedere d’avanti. papà mi guardò, stette zitto 3 secondi poi disse: va bene, dove vuoi tu, il cinema è tuo. così disse. ci sedemmo, papà si tolse il cappotto. e io pure allora. papà si mise comodo con le mani sulla pancia e le gambe un poco allungate. e io pure allora. solo che io ero bassa e non mi potevo allungare più di tanto. ma stai comoda a’papà? comodissima. poi si spense la luce,  la sala  si fece zitta e iniziò il cinema. solo che apparve subito una scritta che diceva. gli aristocratici e papà si girò e disse: lo vedi che è un film da grandi? andiamocene che poi ti scocci. e mentre mi stava per scattare un pianto definitivo accadde quello che tutti sappiamo perchè tutti abbiamo visto gli aristogatti. elllovédi che ciò raggione?! è un film da piccoli!  va bene ma mò siediti però che senò da dietro ci sgridano. il film fu bellissimo, e poi tutti quanti volevamo fare il jezz, alleluiaaaa, chevvelodicoaffare. poi il cinema finì, t’è piaciuto a’papà? si assai e a te? e si pure a me.  ci rimettemmo il cappotto, seguimmo la fila di gente che usciva, uscimmo fuori sul marciappiede, papà mi prese la mano, andammo verso la macchina. papà mise in moto e iniziammo a cantare insieme, e la radio era spenta.

31 gennaio 2012

Nenna, nennella, piccola bambina

domani è l’ultimo giorno di lavoro. poi chilosà. e quindi mi spetta quel tantinello di anZia, che mi pare anche giustificata in un’era in cui la quale la gente perdono il lavoro senza volerlo o non lo trovano e io invece me lo sperdo così per la via senza rispetto. così mi ha detto una persona. che io non ho rispetto per i tempi che corrono, io lascio un lavoro sicuro e non ho rispetto per i tempi che corrono. io ci volevo dire che proprio perchè ho rispetto per questi tempi che corrono che ho lasciato il lavoro, così ci posso correre appresso, a questi tempi che vanno troppo veloci appunto, e corrono.

ma mi sono messa a scrivere stasera per raccontare un fatto che mi è tornato in mente. stasera stavo a cena da zia che non si capacita di questa mia nuova condizione di limbo e incertezza e mi fa un sacco di domande e mi vorrebbe a cena tutte le sere ma io primo non ciò voglia e secondo devo svuotare il frigorifero e il freezer di tutte le robe che ci stanno dentro prima di andarmene e quindi devo restare a casa per finire di mangiare.
e insomma da zia è venuto fuori un fatto di nonno. di quando ero piccola.
sì, sto per parlare di mio nonno. un amico mio una volta disse che i blog delle femmine sono sempre pieni di gatti, di fatti di ammore incomprensibili e dei nonni. il mio blog solo di mio nonno.
allora prima di dire il fatto vorrei dire un altro fatto ancora. che io quando sono perplessa sulla mia vita, quando sono dubbiosa e ho le ortiche nella testa, io me lo penso spesso mio nonno. perchè mio nonno mi ha cresciuta. mi ha tenuta un sacco di ore a casa sua, perchè i miei lavoravano ma anche quando non lavoravano io da nonno stavo. e stavo bene. io mi ricordo che non avevo i pensieri quando stavo da nonno. invece quando stavo fuori, a scuola, in piazza a giocare, a casa, nel mondo, io avevo i pensieri. invece a casa di nonno, cò nonno io niente. nonno mi faceva la merenda, mi tagliava le foglioline (così dicevo) le foglioline di prosciutto, quello che si affetta a mano che nonno faceva le fettine piccole e sottili per me , le folioline, e poi mi dava il pane buono che faceva lui, nonno faceva il pane di mestiere. sì lo so che pare il quadretto del mulino bianco ma io quest’infanzia ho avuto. senò non si spiegava questo mio modo di essere come se fossi uscita dall’uovo di pasqua. e insomma mio nonno, a casa di nonno non esitevanoi pensieri. la merenda, le foglioline, poi stavamo un sacco vicino al camino. nonno lo sapeva tenere bene il camino, faceva il caldo con pochissima legna e mentre lo governava con gesti piccolissimi e il calore mi teneva un poco cullata, mi raccontava le cose di quando c’era ancora nonna, della guerra, i mericani, la russia e le zuppe di patate mangate di nascosto, il freddo, i cavalli e del tempo lontano. mi chiamava nenna, (con la e stretta, per l’utente del nord).  nenna vuol dire nennella, piccola bambina. quando avevo la febbre e stavo a casa, nonno mi telefonava e diceva: nenna? e io: nonno! e lui: nenna tutt’apposto? e io, nonno ciao! che ci fai al telefono? (nonno non voleva mai parlare al telefono)  e lui: nenna non mi stai riposondendo! si nonno tutt’apposto. va bene. allora ciao. ciao nonno! e lì io sarei stata al telefono almeno altre mille mezze ore ma nonno attaccava. poi telefonava altre 5 o 6 volte nella giornata e la telefonata era sempre uguale. nenna? uh nonno! nenna tutt’apposto?…

io adesso è come se avessi un poco di febbre. sto qua a casa un po’ in attesa che passi. me però il telefono non suona.

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