le cose nuove sono un libro che sto leggendo che si chiama IO CONFESSO di jaume cabrè, uno spagnolo che ha scritto un romanzone che mi ha proprio rubata. mentre parlavamo, col ragazzo dei libri, quello, il ragazzo dei libri i ha chiesto: ma secondo te è un romanzo postmodernista? non lo so, e mentre dicevo non lo so stavo pure inciampando nel binario del tram, poi recuperando l’aplomb gli ho detto non lo so, ho provato tante volte a definire nella mia testa la parola postmodernista, pure coi romanzi, ma non te lo so dire. e siccome questa cosa del postmodernismo mi aveva fatto perdere l’equilibrio non sono in senso verticale ma anche mentale, che proprio non me l’aspettavo, ho preso a raccontargli la trama. o forse no, gliel’ho raccontata prima. e forse però ripensandoci è un po’ postmodernista questo romanzo di settecento e più pagine che la sera non mi dorme, ma anzi mi tiene con gli occhi proprio aperti per sapere come vanno avanti i fatti. e i fatti di questo librone sono un sacco, sono, duepunti, la storia del personaggio che parla in prima persona, poi la storia di lui bambino che però a volte lo racconta come se fosse un’altra persona, che se ci pensiamo bene, se parliamo di noi da bambini, parliamo di una persona diversa da quella che siamo ora, e diversa anche perchè vivente (e agente?) in un altro tempo. poi ci sono le storie degli oggetti che il padre del bambino, che poi è anche il padre del narratore, il padre che faceva l’antiquario. e tutti questi oggetti hanno tutti una storia pazzesca, come tutti gli oggetti che finiscono tra le mani di un antiquario che ha studiato prima per farsi prete in vaticano, poi ha incontrato una bella ragazza e ha cambiato idea, per fortuna per lui. solo che poi è finito sposato con un’altra e non so ancora perchè, spero me lo racconti presto. ah poi oltre alla storia degli oggetti, che poi continuo a raccontare qualche frase più sotto, c’è pure la parte della storia del padre, che mannaggia a lui denunciava le genti innocenti durante la spagna nel periodo cattivo. questa cosa della storida degli oggetti è tessuta benissimo. che tu mentre stai leggendo del bambino che si nasconde dietro al divano nell’ufficio del padre che non gli fa mai toccare gli oggetti, tipo uno storioni, che poi sarebbe un violino preziosissimo chiuso in cassaforte, all’improvviso quello, l’autore, il narratore, si mette a raccontarti di una foresta in fiamme e del paese Pardac (predazzo) che viveva con quella foresta, e del figlio del miglior taglialegna che deve scappare e scappa che ti scappa finisce in un’abetaia vicino a un monastero abbandonato (che poi il padre, l’antiquario ha in mano dei documenti di quel monastero lì risalenti che ne so mi pare al 1600) e insomma quell’abetaia (siamo circa nel 1700) il figlio del taglialegna ritrova la speranza perchè’ quell’abetaia è pazzesca…può segare gli alberi e portarli al liutaio…. (il violino nella cassaforte!!!!) un liutaio famosissimo erede di stradivari che era disperato perchè a pardac non avevano più alberi e quindi niente legno musicale, e mannaggia dice, non voglio il legno della croazia che non suona come si deve…invece questo legno qua…
e insomma mi si stanno ricongiungendo tutte le storie.
non ci avete capito niente? è possibile. quello che volevo dire è che questo libro è un’espeienza di lettura. che mi sto divertendo.
poi volevo raccontare altri fatti nuovi ma penso che dopo queste righe sul libro nessuno avrà voglia di continuare a leggere.
ah poi volevo dire che se leggerete questo libro e me lo smonterete, tipo come ha fatto quel mio amico che si riconoscerà….che ha letto “così in terra” di davide enia e me l’ha smontato e aveva pure ragione….ecco, virgola, non ditemelo.
Caro diario, la febbre forse mi è passata, diciamo che non è successo niente di particolare, e perciò vorrei riprendere un discorso di
mi chiedo quanto mi sono persa per questa mia chiamiamola ritrosia nei confronti di certi libri. un libro su una donna e di una donna che mi è piaciuto tantissimo è
caro diario sono due giorni che non ti scrivo. ieri e l’altro ieri. l’altro ieri è stato il tuo primo compleanno caro diario, hai fatto una settimana e io nemmeno una candelina ti ho fatto spegnere. facciamo il ricapitolo: una settimana senza lavoro, una settimana in cerca di lavoro. ho mandato un numero decente di cv in posti che ci azzeccavano qualcosa con il mio desiderio di lavoro di libreria. però caro diario, mi devi un po’ spiegare come mai le uniche offerte che mi sono arrivate sono state: 2 call center che mi pareva di parlare con quelle del film tratto dal libro di michela murgia e una società che cercava ingegneri barra geometri(eh? cioè per loro era indifferente…) per una consulenza. cioè, caro diario, come sono arrivati a me? passi il call center che quelli pigliano chiunque a quanto ho capito ma la tizia che cercava ingegneri barra geometri? no scusi, forse si è sbagliata. dove ha preso il mio cv? io la libraia so fare, se serve le posso catalogare l’archivio in ordine alfabetico, per data, per colore anche, per quello che le pare, le posso allestire una bibliotechina per la sala relax della sua società ma io ingegnere barra geometra proprio no. insomma, pare che avesse solo sbagliato numero. però carina l’idea della biblioteca per la sala relax, mi ha detto. true story.
vado un sacco nell’internet a vedere i siti delle librerie piccole, quelle indipendnenti che fanno le cose, gli eventi. che s’inventano le cose da pazzi e tutti il mondo pensa bene di loro e io pure perchè resistono nonostante tutto e tutti. e mi chiedo come facciano a pagare l’affitto. poi leggo ovunque che le librerie di catena sono il male.ebbasta. io ci ho lavorato nelle librerie di catena. e io no, il male non lo ero per niente, anzi. perchè poi quando buttate la vostra cattiveria di lettori fighi che voi no, solo nelle piccole librerie indipendenti, ricordatevi che gli unici che ci rimettono davvero sono quegli sfigati di librai delle librerie di catena che vi devono sopportare la domenica quando invece di passeggiare avere una vita e volervi bene in giro per il mondo vi rifugiate in libreria, di catena, a fare gli intellettuali di sinistra. a me questo mi ha sempre fatto arrabbiare. li chiamavo quelli della domenica. quelli che durante la settimana non li vedi mai, poi la domenica ti fanno la grazia di degnarti della loro presenza. e ti chiedono il fuoricataloghissimo,così a sfottere e t’interrogano per vedere se sai chi ha scritto cosa, e ti chiedono gli adelphi, e ridacchiano perchè pensano che tu non sai di cosa stanno parlando. e ti li chiedono solo per farli vedere alla ragazza con gli occhialoni che li accompagna, o al nuovo fidanzato esistenzialista col maglioncino a collo alto. e tu li accompagnavi purespavalda al tuo scaffale adelphi, perchè sì, tu ti era fatta da sola uno scaffalone adelphi contro tutto e contro tutti e pure alla faccia di chi ti vuole male. ah non credevo che in una libreria di catena vi facessero… e io li bloccavo subito. qua nessuno decide per me, qua decido io cosa quando e quanto. così avrei voluto dire. ma niente. stavo zitta e sorridevo. è una battaglia persa. all’inizio ci tenevo al riconoscimento del mio lavoro. mi importava che il mondo intero pensasse bene di me. poi sono diventata grande nel lavoro, nel senso che sono cresciuta, maturata e ho iniziato a lavorare bene solo per me, nel senso di: lavorare bene e basta. e i turisti intellettuali della domenica ho iniziato a educarli. e me ne stavo anche ore a scaffale a parlare con loro. e qualcuno l’ho addirittura conquistato, librariamente parlando.
caro diario, questo è il racconto di ieri. ieri è stata una giornata un po’ del cavolo. il freddo si è insinuato in tutte le mie decisioni e poi ho ancora tosse raffreddore e tutto il cartello dei malanni invernali. ho iniziato a impacchettare i libri ieri, non ne ho tantissimi qui, solo quelli acqusitati nei due anni di cittadina giocattolo e qualche volume che mi sono portata da casa di giù, perchè non potevo farne a meno. ovvimente questa operazione non è stata vuota di ragionemanti. me li sono risfogliati tutti, ho riletto gli appunti presi a margine, le sottolineature, riletto le pagine con l’orecchia (sì, io faccio le orecchie ai miei libri vabbè?!) quelle senza sottolineatura, si vede che siccome tutta la pagine era sottolineabile, per fare prima ho fatto l’orecchia. e una cosa che ho notato che libri che avevo orecchiato e sottolineato anni fa, continuano a darmi e stesse sensazioni. letti oggi, avrei sottolineato e orecchiato le stesse frasi, le stesse pagine. poi ho riflettuto sul possesso dei libri e sul vederli. il libro di carta lo vedi lì sulla mensola. l’ebook no. non ne hai la stessa percezione. non ho ancora capito se questo è un bene o un male. non mi interessa il giudizio di valore. mi interessano le implicaizoni. avere i libri di fronte, vederli, sentirli tra le mani, sentirne il peso secondo me fa scattare dei sentimenti, delle reazioni che con l’ebook non succedono. che succede con gli ebook? con gli ebook accadranno altre cose. e io sono curiosa di sapere cosa. forse mi vorrò occupare delle implicazioni della lettura su ebook. è una cosa che ignoro e quindi al momento mi affascina. poi ho pensato una cosa che secondo me quelli che lo usano l’ereader e che scrivono libri solo elettronici secondo me sanno già. la scrittura per ebook è diversa. non avendo il limite della carta, la possibilità dei link e dei salti, l’opportunità di usare più immagini (su carta costa mettere le immagini) di sicuro tutto questo crea uno stile di scrittura diverso. si ma come diverso? secondo me leggere su ereader i libri nati per la carta fa un po’ strano. è come vedere un film in 3d senza occhialetti. manca una dimensione. la scrittura su carta ha 2 dimensioni. quella per ebook ne ha 3, almeno. e noi leggiamo senza occhialetti, perciò ci sembra strana.